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SE TRA due settimane il peggio sarà passato, tornerà la fiducia degli investitori. Occorre che i contagi diminuiscano in Cina e che il focolaio mondiale appaia comunque sotto controllo. Altrimenti sarà il cataclisma. Le imprese più indebitate sono quelle americane e cinesi non quelle della vecchia Europa. Se il mondo si convince che il Coronavirus è un focolaio che non si spegne in tempi ragionevoli cominceranno i primi default delle grandi imprese americane e cinesi. Poi arriveranno i declassamenti. Può venire tutto giù come un castello di carta.

Questa è la partita del mondo. Sulla quale pesano già la guerra dei dazi, ancorché apparentemente attenuata, e il “Cigno verde” che sono i costi economici e umani della transizione ambientale con interi settori produttivi che finiscono fuori mercato e persone in carne e ossa che perdono il lavoro. Quello che nessuno avrebbe mai potuto immaginare è che l’Italia finisse, alla pari con il Giappone, dentro questa partita mondiale della nuova recessione da Coronavirus intestandosi il maggiore focolaio europeo e guadagnandosi sul campo la terza recessione italiana. La verità è che anche qui bisognerà aspettare un paio di settimane per capire se gli altri, in Europa, sono stati più bravi di noi o magari solo più abili a nascondere tutto sotto il tappeto.

Se la psicosi internazionale sulla malattia cinese si è scaricata sull’Italia perché faceva comodo a più di uno o se è colpa di qualcosa che non ha funzionato in Lombardia. Ciò che, però, dobbiamo fare noi subito è togliere dal tavolo la psicosi che abbiamo fabbricato in casa da soli con le nostre mani. Questo proprio non ce lo possiamo permettere. Perché se il mondo ha i suoi problemi, precedenti al Coronavirus, noi ci presentiamo a questo appuntamento da fanalino di coda dell’Europa. Schiacciati dal peso di una crisi storica di competitività, che riguarda l’intero Paese ma discende dall’abolizione del suo Mezzogiorno, e da una crisi strutturale più specificamente produttiva legata alle difficoltà del gigante tedesco malato e alla scelta suicida di gran parte della manifattura del Nord di legare le proprie sorti esclusivamente a quelle della grande manifattura germanica. Il Paese ha mostrato la fragilità del suo assetto istituzionale proprio con la vicenda del Coronavirus dove è emersa la debolezza della catena di comando non perché il governo non abbia fatto quello che doveva fare ma perché una moltitudine di poteri locali si ritiene al di sopra dell’unitarietà dello Stato.

A ben pensarci, si riscontra la traccia istituzionale di una politica economica che deve velocemente recuperare il disegno di unificazione infrastrutturale e industriale della nazione. Sostenere i territori in difficoltà è indispensabile. Aiutare le imprese in difficoltà sull’intero territorio nazionale altrettanto. Perché la nostra terza recessione resti solo tecnica, bisogna però uscire dalla spirale della psicosi italiana e aprire i cantieri delle opere di sviluppo nel Mezzogiorno.

L’Europa lanci un programma di investimenti pubblici come fece Roosevelt nei primi anni Trenta o condanna i suoi Paesi del Nord alle stesse pene che prova oggi il Nord italiano. Perché l’errore di base è identico.

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