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Carlo Messina

Tempo di lettura 6 Minuti

A questo Paese serve una catena di comando che metta ordine nella spesa sanitaria e negli investimenti. Ha bisogno di campioni industriali e finanziari. Uomini alla Messina che non si nascondono e scommettono sull’Italia come con l’operazione Intesa Sanpaolo-Ubi

La catena di comando di un Paese è la cartina di tornasole del suo funzionamento. Esprime il dna di una comunità e, purtroppo, nel nostro caso sembra dare ragione a chi sostiene che l’Italia è un Paese mai unificato. Una specie di confederazione “bastarda” dove poteri locali di veto e distorsioni costruite su misura dell’interesse delle classi dirigenti locali più ricche fanno sì che questo Paese non è in grado di garantire un equilibrio di sistema. Purtroppo, è addirittura peggio di così. Perché non è solo l’armonia tra i poteri a essere messa in discussione, ma la capacità complessiva della macchina esecutiva. Stritolata negli ingranaggi di una frammentazione decisionale che elimina il presidio nazionale e concede vantaggi ai più ricchi, ma solo quando le cose vanno bene. Perché alla prima, vera difficoltà, questo sistema di venti staterelli in guerra tra di loro mostra la corda. Alla fine, perdono tutti. Ricchi e poveri. La prova di tutto ciò è che l’Italia si trova ad essere insieme alla Corea, all’Iran – avete capito bene – e al Giappone tra i Paesi osservati speciali dell’Organizzazione mondiale della sanità per l’epidemia Coronavirus.

Potete capire che cosa sia stato per le popolazioni lombardo-venete scoprire la esistenza di una fragilità che nessuno poteva neppure immaginare. Pensate che cosa ha significato rendersi conto che le strutture ospedaliere e la macchina amministrativa di prevenzione delle due Regioni da tutti indicate come modello, avevano sottovalutato l’emergenza sanitaria. Pensate come sia facile trasformare la inaspettata fragilità in stato di psicosi confusionale e in comportamenti, di conseguenza, pericolosamente contraddittori. Questa è la lezione che il Paese deve trarre da una vicenda terribile che è di livello globale e per affrontare la quale è pronto il “piano Lehman” del Fondo monetario internazionale (si veda il Quotidiano del Sud di domenica) che scatterà se la Cina – non i Paesi sorvegliati speciali – dimostrerà a fine marzo di non essere riuscita a ridurre il numero dei contagi. Il piano per lo scenario peggiore prevede il coordinamento internazionale come nel 2008 e spesa pubblica coinvolgendo Fed e Bce. Il punto per l’Italia, però, è un altro. Non solo il bastone della crisi, come dice con lungimiranza il sindaco di Milano Sala, deve stare saldamente nelle mani del governo, ma è bene che resti lì anche dopo per la gestione della spesa diretta alla sanità pubblica e privata e di quella – ancora più importante – destinata agli investimenti di sviluppo. Questo Paese ha bisogno di riavere i suoi campioni industriali e finanziari. Uomini alla Messina che non si nascondono e scommettono sull’Italia come una volta facevano i capitani del credito e dell’impresa negli anni del miracolo economico italiano.

Francamente non è possibile scoprire di avere in Lombardia la migliore sanità privata, sostenuta indebitamente da maggiori trasferimenti pubblici e da quelli legati alla “emigrazione ospedaliera” dal Sud al Nord figlia anche di quei trasferimenti indebiti, e dovere constatare che nella stessa regione la sanità pubblica soffre e ha bisogno di aiuto da parte di chi non ha neppure gli occhi per piangere visto che i flussi pubblici sono stati tutti indirizzati a sostenere le magnifiche sorti della sanità privata lombarda. Questo è il punto. Così come, non a causa del Coronavirus ma da molto prima, è assolutamente inderogabile una cura da cavallo con operazioni straordinarie per fare investimenti pubblici a partire dal Mezzogiorno.

Di fronte alla possibile Terza Grande Crisi globale non ci si può limitare a fare i debiti scongiuri, ma bisogna agire partendo proprio dal disastro prodotto da quella frammentazione decisionale che ha avuto nei poteri locali delle regioni più ricche la ragione principale per la quale si è colpevolmente azzerata (0,15% del Pil) la spesa pubblica per investimenti nel Mezzogiorno. Questa miopia (grave) ha condannato il Nord pubblico all’assistenzialismo e quello privato al ruolo di appendice meridionale del gigante malato tedesco. Allo stesso tempo ha umiliato il Sud portando il suo reddito pro capite al minimo storico privando il Nord produttivo del suo primo mercato di “esportazioni” che è quello interno dei consumi di venti milioni di persone. La lezione del Coronavirus è che questo Paese ha bisogno di essere ripensato e di tornare a ragionare da sistema. Deve riavere i suoi campioni nazionali industriali e finanziari. Deve chiudere con le pratiche estrattive dal Sud al Nord, le teorie stravaganti sul piccolo è bello e gli egoismi bergamaschi o varesini. Per questo facciamo il tifo che un grande banchiere come Messina e la sua Intesa Sanpaolo possano fare convolare la sonnacchiosa Ubi e la rete “molecolare” dei suoi ricchi interessi bergamaschi in un disegno di mercato di respiro globale che dia all’Italia il suo grande player finanziario. Quanto è potente il messaggio di chi, con i fatti, smentisce le manovre di chi sostiene in privato o a mezza bocca che per fare bene bisogna andare via dall’Italia e comprare all’estero (Mustier, ceo di Unicredit) e si mette invece in gioco in Italia. Qui non altrove vuole spendere, investire, assumere! L’Italia non ha bisogno del passo da nobiluomo sonnacchioso del capitalismo bergamasco che inevitabilmente regalerà l’Ubi al predatore francese di turno e, magari, qualche anno dopo, quando il gioco su Generali si farà duro ci costringerà a scoprire di non avere la stazza e le risorse per fronteggiare l’offensiva finale. Quella che cancella l’Italia dal novero dei grandi Paesi nel silenzio plaudente dei piccoli feudatari della politica, dell’industria e della finanza lombardo-veneta.

Onore al merito a Messina per averci messo la faccia. Questa, a nostro avviso, è l’impronta che deve avere l’Italia se vuole uscire dalle macerie di venti anni di spesa pubblica distorta e da quelle del Coronavirus che tutte le simboleggia. Siamo al primo step di una partita decisiva. Non vogliamo mancare di rispetto a nessuno ma le manovre da grande banchiere internazionale “filibustiere” del capo francese di Unicredit, Jean Pierre Mustier, da solo o in compagnia, non ci piacciono. Siamo a scenari da fantafinanza? Può essere, ma a furia di annacquare l’Italia possiamo ritrovarci in casa dalla sera alla mattina Société générale o Commerzbank, per noi non fa differenza. Quello che conta è l’arrivo del grande partner estero per fare poi l’operazione su Generali, l’unica grande compagnia che ha questo Paese con 70 miliardi di titoli pubblici in pancia. Se in quel momento, di qua, ci sono Intesa Sanpaolo e i suoi alleati che credono nell’Italia noi che conosciamo bene e rispettiamo il primato del mercato ci sentiamo tranquilli. Altrimenti no. Questo significa operare da Sistema Paese. Senza nascondersi. Alla luce del sole.

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