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Abbiamo un Paese in quarantena nel mondo perché abbiamo abolito la presenza dello Stato sul territorio per la sanità pubblica. Questa è la realtà. Abbiamo scelto, finanziato e propagandato il modello lombardo-veneto fondato sull’eccellenza della sanità privata e abbiamo pericolosamente abbassato la guardia su prevenzione, sicurezza, igiene pubblica.

Abbiamo deviato in modo distorto i flussi della spesa pubblica alimentando colpevolmente squilibri territoriali e svilendo ovunque il ruolo dei grandi ospedali pubblici. L’emergenza Coronavirus ci costringe ora a fare i conti con le macerie di questa scelta infelice. Perché le strutture sanitarie regionali si rivelano del tutto inadeguate sui terreni decisivi della prevenzione e della igiene pubblica. Perché la capacità di reazione di uno dei migliori servizi pubblici sanitari nazionali qual è quello italiano, è risultata fortemente appannata dal logoramento che i poteri regionali hanno esercitato su di esso nel corso degli anni.

Se si vuole cogliere il punto più alto dell’appello del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, che è a nostro avviso il richiamo fermo al coordinamento nazionale da cui nessuno si può distaccare, bisogna partire da questa operazione verità che è sotto gli occhi di tutti ma che ancora molti, troppi, si ostinano a fare finta di non vedere. L’unità del Paese si nutre di fiducia e la fiducia si nutre di comportamenti. Abbiamo deciso di aprire il giornale con quello che sta accadendo in questi giorni negli ospedali lombardi con 70 medici di base contagiati – soprattutto tra Codogno, Cremona e Piacenza che è a un chilometro dal ponte del Po – kit imbarazzanti e chiusura degli ambulatori. Questi fatti mettono in luce l’eroismo di donne e uomini e la disarmante disorganizzazione degli apparati regionali in preda al volontarismo e sordi a ogni genere di sollecitazione.

Cogliere il senso profondo del messaggio di un Capo dello Stato che ancora una volta ci mette la faccia significa agire responsabilmente perché le criticità non vengano sottaciute oltre in quanto vanno semplicemente risolte nel segno di una catena di comando nuova che metta le cose a posto per l’oggi e per il domani. L’Italia è un grande Paese e di sicuro supererà l’emergenza che la espone a una caduta immeritata della propria reputazione. Deve ripartire dai punti di forza assoluti del suo servizio sanitario nazionale umiliati da una visione privatistica mercantile della cura delle persone finanziata con i soldi di tutti gli italiani. Tutti riflettiamo su quello che è accaduto negli ultimi quindici giorni, ma gli avvenimenti di oggi ci parlano di dieci anni di miopi diseguaglianze. Siamo più fragili degli altri perché siamo più diseguali.

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