•  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
Tempo di lettura 6 Minuti

Solo Guido Bertolaso può salvare la Lombardia. Che pure oggi sta dando il meglio di sé. Ancora di più siamo tutti con la Lombardia. Speriamo di cuore che Bertolaso ce la faccia. Medaglia d’oro al merito della sanità pubblica è una garanzia. La Lombardia si è fatta Stato con i soldi indebitamente estratti dal bilancio pubblico nazionale – 19 miliardi l’anno di spesa sanitaria pari al triplo della Puglia e il record italiano di ospedali privati – e chiede aiuto all’uomo che simboleggia la macchina della Protezione Civile dello Stato italiano. Che aveva il migliore servizio sanitario nazionale europeo ammaccato a favore di prenditori privati della rendita pubblica proprio dall’ecosistema sanitario lombardo. Quello che ha portato alla frammentazione della catena decisionale in venti staterelli in lite tra di loro e ha predicato e attuato il Vangelo nazionale del più distorto dei federalismi fiscale-sanitario conosciuto in Europa. Che è più o meno il seguente.

Meno medici, meno infermieri, meno posti letto, meno terapie intensive, meno ospedali, sempre meno risorse alla sanità pubblica, anno dopo anno, mese dopo mese. Parallelamente sempre di più agli ex editori, ex acciaieri, ex affaristi puri e alle loro cliniche private con il moltiplicatore della Spesa Storica che toglie alla sanità pubblica delle donne e degli uomini del Mezzogiorno e agli ospedali pubblici della Lombardia per “regalare” agli ambulatori privati dei “nuovi prenditori” oltre il 50% del totale di tac, ecografie, risonanze e così via a prezzi peraltro maggiorati.

Togliere alla sanità pubblica ha significato perdita di valore per ciò che rappresenta in termini di prevenzione, di sicurezza, di igiene pubblica. Togliere alla sanità pubblica ha prodotto il delitto di ritrovarsi con sole cinquemila postazioni di terapia intensiva in tutto il Paese contro le venticinquemila della Germania. Per la semplice ragione che il circolo perverso della distribuzione della spesa pubblica che dà sempre di più ai ricchi e sempre di meno ai poveri ha significato l’abnorme crescita della rendita privata al Nord con i soldi pubblici dovuti al Sud e ha determinato, di conseguenza, che si è investito sempre meno in ospedalità pubblica, prevenzione, sicurezza, in entrambe le aree del Paese. A seconda dei casi, per scelta o per mancanza di risorse. Si è, per di più, verificato un effetto collaterale gravissimo: i venti presidenti delle Regioni si sono sentiti venti “Capi di Stato” dotati in modo anomalo di capacità di spesa autonoma e, tranne poche eccezioni, da Nord a Sud hanno fatto cattivo uso di questa dote alimentando i peggiori affarucci privati, commistioni e clientele, umiliando con scelte politiche la migliore classe medica italiana e mettendo a dura prova il migliore sistema sanitario nazionale europeo.

Oggi ci ritroviamo con la Lombardia che è il più gigantesco focolaio europeo di questa Pandemia globale che vale da solo più della Corea del Sud e è pari a più di quattro volte il focolaio emiliano-romagnolo e sei volte di più di quello Veneto, entrambi di stretta derivazione lombarda. Oltre mille morti. Un focolaio di Bergamo addirittura non dichiarato nella prima e nella seconda fase come zona rossa che supera quello lodigiano e che si vede costretto a mandare all’Ospedale Civico di Palermo con un volo militare due pazienti sessantenni in gravi condizioni. Sempre la Lombardia che chiede accoglienza alla Regione Basilicata in ciò che è rimasto degli ospedali pubblici, decimati in risorse, donne e uomini di personale sanitario con i trucchetti di anno in anno crescenti della Spesa Storica. Una tragedia globale come il Coronavirus mette a nudo la grande balla sulla distribuzione della spesa pubblica per welfare (sanità prima di tutto) e investimenti tra Nord e Sud del Paese che raccontiamo da oltre dieci mesi in assoluta solitudine. Permette di toccare con mano a quali disastri civili, economici e sociali può condurre il federalismo distorto dei cosiddetti Governatori e solo la delicatezza irripetibile del momento ci impedisce di dire quello che pensiamo dei loro continui richiami allo Stato italiano che loro hanno smantellato e al quale ora chiedono aiuto senza mai (dico mai) nemmeno una parola indiretta di autocritica.

Non solo non si parla mai del macigno di settimane e settimane che hanno visto il virus circolare indisturbato in Lombardia senza che nessuna sentinella del servizio sanitario pubblico lanciasse il minimo allarme, ma si è ritenuto di decidere in assoluta autonomia – come fanno appunto gli Stati – di chiudere dalla sera alla mattina scuole e università. Si è alimentata così una fuga di studenti e professori dalla Lombardia al Sud innescando un flusso di paure incontrollate e esponendo il sistema sanitario meridionale, svuotato di mezzi e personale proprio dal Nord, al rischio di un nuovo flagello. Da vicende così terribili o si esce con un Paese che ritrova la sua unità nazionale e si muove compatto con rispetto reciproco o si esce con la consacrazione ufficiale di quel processo di dissolvimento in atto che ha prodotto le macerie che sono sotto gli occhi di tutti. Noi ovviamente scommettiamo sullo Stato italiano. Auspichiamo che il governo della Repubblica capisca che oggi non è più “schiavo” dell’Europa e dei suoi presunti vincoli, ma totalmente libero di fare tutto quello che ritiene giusto fare. Perché siamo di fronte a una Crisi Globale superiore a quelle del 2008/2009 e del 2011/2012 e non dobbiamo chiedere l’autorizzazione a nessuno per salvare le vite umane e la nostra economia.

Spendere, spendere, spendere. Subito e bene. Fabbrichiamole noi le attrezzature sanitarie di cui abbiamo bisogno, tiriamo su noi gli ospedali da campo, non lasciamo nessuno (dico nessuno) senza reddito e dimostriamo che lo Stato italiano ha ritrovato la sua catena di comando e la sua capacità di reazione davanti al flagello del Coronavirus. La Lagarde si è disarmata con le sue parole e la Bce farà quello che deve fare e anche qualcosa di più. L’Europa dovrà copiare l’Italia e noi spendendo subito per l’emergenza e, finita l’emergenza, facendo partire un piano da 100 miliardi di investimenti pubblici, potremo provare a girare a nostro favore la concorrenza tra Stati mai sparita all’interno dell’Europa. Il primo decretone del governo italiano va nella direzione giusta, il resto dovrà venire da una guida centrale che le Regioni riconoscano abbassando la testa e facendo bene quello che sanno fare.

La macchina Stato-Regioni deve dimostrare di sapere correre e di sapere correre insieme. Sono legittimati a usare tutti i poteri straordinari possibili e immaginabili. I dati della Corte dei Conti (Rapporto 2019 sul coordinamento della finanza pubblica) sono inequivoci: alle Regioni del Nord va il 42% del totale delle risorse pubbliche per la sanità, a quelle del Sud il 23%, poco più della metà. In termini pro capite – dati Istat 2017 in rapporto Osservasalute – si passa da Liguria (2.062 euro), Valle d’Aosta (2.028 euro), Emilia Romagna (2.024 euro), Lombardia (1.935 euro) a Campania (1.729 euro), Calabria (1.743 euro), Sicilia (1.784 euro) e Puglia (1.798 euro). Non c’è una sola Regione meridionale che non sia sotto la media nazionale. Uscire dalla grande balla informativa italiana e condividere questa operazione verità è indispensabile per capire ciò che è accaduto e ripartire insieme.

“Per provare a ricostruire quello Stato al massimo livello (…) non lasciamo, in materia, mani libere alle Regioni, perché alla lunga andiamo incontro al caos, di cui già si intravedono le prime avvisaglie, e alla disarticolazione dello Stato” avvertiva da queste colonne in tempi non sospetti Pellegrino Capaldo. Come dargli torto e, soprattutto, facciamone tesoro. Se l’Italia s’è desta, per davvero, lo capiremo presto. Vorrà dire che saranno spariti i venti staterelli e il rumore delle propagande.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA