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Nella domenica del pianto di Papa Francesco non ci siamo risparmiati nulla della solita polemica tra Stato e Regioni e la razione quotidiana di demagogia Nord Sud a base di talk dove si fa una fatica insuperabile a capire che viviamo tempi di guerra e non si risparmiano le meschinità dei tempi di pace.

Non si capisce che siamo a un passaggio tra avanti Cristo e dopo Cristo per cui se l’Europa non si finanzia e marcia unita nella Grande Depressione mondiale è bene che firmi il suo atto di morte e si porti via con sé la squadra di valvassori che continuano a confondere la solidarietà con la beneficenza anche in casa nostra. Di fronte a tanta ottusità, non resta che augurare ai tulipani olandesi di diventare una distesa di crisantemi e di sorbirci, ahinoi, il teatrino italiano.

L’assessore del welfare della Lombardia Gallera non rinuncia a nessuno dei suoi macabri show quotidiani e chiosa ogni parola degli esperti che ha al suo fianco trattando i morti come una tabellina dell’Ocse e confondendo a tutti le idee che vuole chiarire. Almeno il Capo della Protezione civile Borrelli riesce a cambiare il tono della voce e a dire, prendendo un po’ di fiato, purtroppo anche oggi ci sono 756 deceduti. Ha un moto di emozione e viene fuori una umanità che rompe le litanie autoreferenti da statistici della morte.

Nei momenti di questa terribile emergenza si è superata la burocrazia con l’autocertificazione. I cittadini si comportano complessivamente bene e dimostrano che gli italiani sono pronti a fare da sé. Perché non debba valere anche per le decisioni operative di imprese in difficoltà (tutte!) resta un mistero.

Perché la burocrazia non possa esercitare il suo controllo ex post non ex ante per sempre è incomprensibile. Se il mondo cambia (è cambiato tutto) l’Europa deve fare altrettanto e noi italiani dobbiamo prima di tutto cambiare teste e tempi di esecuzione della macchina pubblica centrale e regionale. Se qualcuno tra i tecnici del Mef si vuole prendere il vantaggio che offre la catastrofe di utilizzare i fondi europei (10 miliardi) in prevalenza destinati giustamente al Sud per affrontare l’emergenza sanitaria lombarda, vuol dire che siamo ancora in piena “rapina di Stato” da tempi di pace.

Chiariamoci subito: siamo assolutamente favorevoli che vada alla Lombardia come al Veneto e al Piemonte parte di quelle risorse europee destinate prevalentemente alle regioni meridionali che vengono subito sbloccate, ma a patto che il Mezzogiorno depredato da venti anni di ciò che è dovuto in termini di spesa pubblica per la sanità non perda un euro sia per l’emergenza sanitaria di oggi sia per il riequilibrio futuro di stanziamenti tra ospedali pubblici e rendita sanitaria privata. Il ministro Provenzano ne è consapevole.

Non può essere il Mezzogiorno a risolvere i problemi (inesistenti) dei tecnici del Mef anche in pieno ’29 mondiale. Questo circolo vizioso della morte va spezzato perché ha portato il Paese al collasso economico, sanitario e civile. Il regionalismo a venti regioni è fallito ha detto ieri il sindaco di Milano, Beppe Sala, chiarendo subito “oggi nessuna polemica, ma appena si potrà bisognerà discuterne”. Sottoscrivo la prima e la seconda delle dichiarazioni. Questa autodistruzione di ricchezza e di valori deve finire.

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