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Ricordo una discussione accesa con Sergio Marchionne a Trento, in un colloquio pubblico, sulle piattaforme globali e la prima macchina Italiana della nuova Fiat Chrysler Automobiles. Insistevo: va bene tutto, capisco e condivido la logica globale, ma quando riaprirete una fabbrica in Italia? Seccato, rispose più o meno che non avevo capito nulla. Aveva ragione lui. Quest’uomo che aveva già salvato due volte la Fiat prima con i soldi della General Motors poi con quelli del Tesoro americano ha fatto sì che almeno uno dei grandi player storici del capitalismo familiare italiano sopravvivesse. Dopo sono arrivate la riapertura delle fabbriche e le macchine.

Oggi si capisce ancora meglio quel disegno industriale perché solo gli eredi degli Agnelli hanno un ruolo di prima fila come azionisti e gestori nella competizione globale tra le grandi famiglie del capitalismo. Poco mi interessa che paghino le tasse fuori dall’Italia se nel grande gruppo alla pari con Peugeot (quarto al mondo) possono conferire due fabbriche di livello globale e queste due fabbriche sono entrambe nel Mezzogiorno, a Cassino e a Melfi. Capite la differenza tra un’Italcementi, della famiglia Pesenti, diventata tedesca, una Olivetti addirittura scomparsa, una Montedison ridottasi a qualcosa di molto più piccolo (Edison) interamente francese? Ancora di più: capite la differenza rispetto alla miopia di una classe dirigente del Nord che saccheggia il bilancio pubblico, sottrae risorse dovute al Sud e le regala a chi non ne ha bisogno per fare assistenzialismo?

Questo Paese ha un disperato bisogno di tornare a fare politica industriale. Se il capitalismo privato italiano non ha la stazza minima per competere, bisognerà prendere atto che il sistema molecolare dopo due Grandi Crisi globali tira la corda, chiede agli altri ma non dà nulla. Si affronti il problema italiano che è il suo squilibrio territoriale. Si pongano le condizioni perché si colmi il gap infrastrutturale tra le due Italie. Si tutelino i player industriali e di servizi, di provenienza pubblica. Hanno dimostrato di essere promossi all’esame che è risultato insuperabile per le grandi famiglie del capitalismo privato italiano. Umberto Agnelli, che volle Marchionne, mi consegnò il suo “testamento morale” nell’ultima intervista con cui aprii Padroni d’Italia. Cito a mente: un Paese manifatturiero come l’Italia senza motori di ricerca di base è destinato a spegnersi. Meglio che le famiglie scendano nelle loro quote, ma le piattaforme siano globali e non si fermi il cammino della ricerca. Giusto. Se vuole tornare a crescere l’Italia investa in infrastrutture per recuperare il suo Mezzogiorno a un disegno di sviluppo e non perda il contatto con i Grandi della produzione nel mondo. Si faccia il falò con la legna che c’è e si eviti di gettare acqua sulla fiammella che tiene in vita la speranza della rinascita. Potrebbe spegnersi.

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