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Dario Franceschini

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Il fuoco amico del Pd rivela che il partito è seduto sul vulcano della polveriera sociale e non lo sa altrimenti avrebbe detto grazie al Presidente del Consiglio che vuole fare in fretta i compiti in casa e che non vuole tornare a scusarsi con gli italiani come è successo con il decreto liquidità

Perché il Pd ha perso le elezioni? Perché non è più in sintonia con il Paese e, purtroppo, non è cambiato dovendosi districare tra le mille anime della doppia, tripla morale, di un mondo sepolto dalla storia che è seduto sul vulcano della polveriera sociale e non lo sa. Dimostra, purtroppo, con i suoi comportamenti di non avere più contatto con la sensibilità diffusa di sofferenza. Parliamoci chiaro. Come fa un uomo dell’esperienza e del valore di Franceschini a dire che non c’è fretta, occupiamocene a settembre? Come si fa solo a pensare che si possa ancora rinviare la resa dei conti con la più scassata macchina pubblica europea che fa inceppare il motore degli investimenti mentre su questo indicatore si misureranno i trasferimenti all’Italia dalla cassa europea? Che cosa c’è di più urgente di un confronto con chi fabbrica il prodotto interno lordo per illustrare la proposta italiana di riforme e condividere nei limiti del possibile questo cammino semplificatore? Come fa il ministro della realtà virtuale, Roberto Gualtieri, di stanza in via XX Settembre dietro la scrivania di Quintino Sella, a presentarsi davanti ai commissari della Bicamerale d’inchiesta sulle banche con le tabelline che certificano il fallimento dell’operazione liquidità e a elogiare i funzionari della Sace e del ministero del Tesoro che di questo pasticcio assoluto hanno la piena responsabilità? Come si fa a compiacere e elogiare chi si dovrebbe invece sferzare perché Roma non può essere più la Bisanzio d’Europa? Ma davvero davvero vogliamo continuare con un impianto normativo che regolamenta pure il respiro e blocca tutto?

Ci rendiamo conto o no che c’è un Presidente del Consiglio che vuole fare lui i compiti a casa? Vuole digitalizzare e semplificare lo Stato, riformare il diritto amministrativo e accorciare i tempi della giustizia civile, condividere la riforma fiscale possibile. Vuole cambiare l’abuso d’ufficio e contare su un’agenzia snella per fare fruttare gli incentivi europei facendo le opere non le clientele. Dare la fiscalità di vantaggio al Sud e perseguire la riunificazione infrastrutturale tra le due Italie. Che cosa fa il Pd che si presenta come forza progressista? Invece di sostenerlo come fa la Merkel comincia a dire che cosa si è messo in testa o perché vuole correre così tanto. Oppure, peggio: che facciamo a fare gli Stati generali dell’economia? Se andiamo così Confindustria ci mette sotto. Ma stiamo scherzando o parliamo sul serio? Di fronte alla Grande Depressione mondiale con una piccola e media impresa turistica, artigianale, agricola e manifatturiera stese al suolo e con il bubbone in casa di un ministro dell’economia subalterno alla peggiore burocrazia europea che impedisce di proteggere l’economia vitale e continua a foraggiare i Soliti Noti della rendita, noi che facciamo? Continuiamo a declamare in un linguaggio astruso di nuove subalternità di fronte a poteri che forti non sono mai stati ma che oggi non possono fare altro che chiedere aiuto.

Questo giornale ha proposto in assoluta solitudine gli Stati Generali dell’Economia per preparare un Progetto Paese di lungo termine e siamo ovviamente contenti che il Presidente del Consiglio e larghissimi strati del mondo produttivo abbiano accolto e fatta propria questa proposta. Altro che rinvio, non si può più perdere neppure un secondo e deve essere chiaro a tutti che solo la Presidenza del Consiglio può definire e gestire un programma così ambizioso di riforme e di scelte di politica industriale perché è l’unica a avere la visione di insieme. Non possono essere i singoli ministri e i capi-corrente dei partiti a governare un piano europeo da 170 miliardi perché se no finisce malissimo. Finisce che ritorna il marchettificio di sempre, che l’Europa ci toglie le risorse e le dà alla Spagna che, a nostra differenza, si è dotata di una gioiosa macchina da guerra per la spesa pubblica per investimenti non per distribuire mance e clientele. Non è più il tempo dei seminari e delle parole, il progetto Sud del ministro Provenzano è di sicura buona fattura, ma farà bene a ricordarsi che lui verrà giudicato se l’agenzia della coesione funzionerà, se sarà in grado di fare tornare la Cassa di trecento ingegneri di Pescatore che era la lepre nell’utilizzo dei fondi comunitari. Ministro Provenzano cerchi gli uomini giusti e faccia le scelte che vanno fatte oggi non in autunno perché se si continua così in autunno la rivolta sociale sarà già esplosa e spegnere l’incendio non sarà più possibile.

Se poi dietro le prese di posizione e i distinguo si nascondono le solite lotte di potere allora dobbiamo essere ancora più chiari. Non c’è più spazio nemmeno per pensarle queste lotte di potere se non si vuole che il numero dei morti di fame e di debiti superi nettamente quello dei morti di Coronavirus. Queste battaglie servono solo a fare in modo che la gestione resti appannaggio della burocrazia e delle loro camarille anche perché, spiace dirlo, Gualtieri si è mostrato troppo arrendevole nei loro confronti. È interesse di tutti, proprio di tutti, affidarsi alla azione di promozione politica e di sintesi operativa della Presidenza del Consiglio che lo ha capito prima di tutti e che non vuole tornare a doversi scusare con gli italiani come è successo con il decreto liquidità. Non si deve abusare della ritrovata solidarietà dell’Europa e della lungimiranza della Banca Centrale europea che stanno facendo il loro dovere e hanno steso una rete di sicurezza intorno all’Italia. Sono consapevoli che sia giusto farlo e chiedono di fare ciò che noi per primi dovremmo volere fare. Conte lo ha capito benissimo e ha il pallino fisso di fare ripartire la macchina degli investimenti. Purtroppo, qui, per il Pd non sono possibili compromessi o aggiustamenti. Anche Gualtieri dovrà farsene una ragione e troverà in Conte il suo più strenuo alleato. Ritrovare lo spirito del dopoguerra oggi significa fare scelte radicali e assumersene la responsabilità. Significa unire le due Italie e preservare il Paese nel novero delle grandi economie industrializzate. L’alternativa è il baratro.

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