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Una domenica di sport e gli incroci della storia

L’inferno di Roubaix e la via della seta

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Philippe Gilbert vince la Parigi-Roubaix 2019
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La via dell’Inferno e la via della seta s’incrociano in una domenica di metà aprile, la domenica delle Palme. La via dell’Inferno non è lastricata di buone intenzioni, ma, per 54,5 chilometri dei suoi 257 totali, di “pavé”, cubi di porfido e di ciottoli tondi, messi l’uno vicino all’altro quasi a caso, pezzi di antichi castelli o di chiese distrutte: è la via per Roubaix, dove i ciclisti dal 1896, tranne gli anni delle guerre mondiali (ma nel 1943, appena i tedeschi furono ricacciati indietro dalla Francia subito si ripartì alla faccia dei collaborazionisti) disputano la più fascinosa delle gare in bicicletta d’un giorno solo. Partivano da Parigi, adesso da Compiègne, qualche chilometro più avanti. Tutti la chiamano “la Roubaix”, meno Bernard Hinault, supercampione degli anni a cavallo fra i Settanta e gli Ottanta, che la chiamò, invece, “une connerie”, una cavolata per tradurlo pudicamente: la corse una volta, perché non entri nell’Olimpo del pedale se non fai la Roubaix, disse, e la vinse.

L’Inferno in questione ha il colore grigio del pavé, quello marrone del fango che di solito c’è, quello verde di quel po’ di muschio che cresce sui pietroni come nel Presepe, e poi gli alberi (dominano le betulle nella foresta d’Arenberg: sono giovani e non secolari perché il fuoco franco tedesco le ha distrutte più d’una volta) e la campagna piatta, quando la Francia sta per diventare Belgio, “le plat pays”, come lo cantò Jacques Brel, la voce di “Ne me quitte pas”.

L’Inferno rischiò di diventare una grande corsa come le altre, quando il pavé (i cui tratti oggi sono “patrimonio culturale” francese e rigorosamente protetti) veniva ammodernato coprendolo d’asfalto per semplificare la vita dei contadini e dei viaggiatori francesi, prima del ’68. Fu l’anno prima che si risolse in volata di gruppo e che gli organizzatori, pensarono che si stava tradendo l’Inferno, ricordando il telegramma scritto e mai spedito dal primo ricognitore, “è un progetto diabolico”, cercarono di trovare nuovi tracciati di pavé. E chi poteva suggerirli meglio di Jean Stablinski, ciclista di origini polacche, compagno di stanza di Jacques Anquetil? Stablinski proveniva da quei luoghi e, interpellato, ricordò che da ragazzo, per comprarsi la bicicletta, aveva lavorato come minatore dalle parti della foresta di Arenberg.

C’era un vecchio ponte, disse poi, dove lui era l’unico ad essere passato sopra e sotto; ricordava che la sua bicicletta imbizzarriva come un cavallo saltellando sui ciottoli, “venga con me, disse all’organizzatore, mi segua in macchina, io andrò in bici”. Andarono, entrò dalla porta della miniera: era proprio l’Inferno. Dovettero chiamare un trattore per tirar fuori l’automobile. Sì, quei 2,4 chilometri in mezzo alla foresta erano l’ideale (”non che la vinci nella foresta la Roubaix, ma lì puoi perderla” avrebbe poi detto Eddy Merckx che la vinse tre volte come Francesco Moser che una volta trionfò in maglia di campione del mondo e i giornali francesi titolarono “Un arc-en-ciel sur Roubaix”, un arcobaleno su Roubaix). Lì, e al Carrefour de l’Arbre, i due settori di selciato etichettati “cinque stelle” come i più pericolosi, niente di politico, si sono rotte ginocchia, scassato pedivelle, mascherati di fango i più. Lì Tim Boonen e Roger De Vlaeminck sono passati vincitori quattro volte ciascuno; non era passato dalla foresta Jules Rossi, che si chiamava Giulio ed era italiano, vincitore nel 1937, il primo italiano. Forse. Perché in realtà si è poi appurato che Maurice Garin, vincitore di fine Ottocento e poi primi Novecento, era un ragazzo di Arvier, piemontese delle valli della Dora Baltea e divenne cittadino francese soltanto nel 1901, quando già aveva conquistato l’Inferno.

La via della seta, almeno il suo tratto più recente, è una striscia d’asfalto dove da dieci anni in qua s’ affrontano le macchine di Formula Uno, i più capitalistici attrezzi dello sport, in un Paese che andò famoso (ma tutto cambia) per la sua austerity di tute verdi e stelle rosse, ai tempi di Mao. La pista è lunga meno di cinque chilometri e mezzo e il progetto è tedesco, giacché c’era chi trafficava (in senso buono, s’intende) con la Cina prima delle arance d’Italia e degli Airbus francesi. Il disegno, dicono, ricorda il carattere cinese “shang”, che vuol significare “salire” e che è all’origine di Shanghai, la città alla cui periferia sorge e che è davvero salita d’importanza fino a divenire una delle megametropoli più importanti e più trendy.Lì si correva ieri il Gran Premio numero 1000 della storia della Formula Uno.

Il numero uno è del 1950, sul circuito inglese di Silverstone, e lo vinse l’italiano Giuseppe Farina, detto Nino, che spesso guidava con un sigaro cubano fra i denti e che, in quell’Anno Santo, si prese pole position, giro più veloce e alla fine, vincendo a Monza, il primo titolo mondiale piloti. Quasi che il destino lo attendesse in macchina alla svolta finale, morì a 60 anni in un incidente stradale uscendo troppo veloce da una curva qualunque, lui che era uscito da centinaia di curve in gara, mentre andava ad assistere al Gran Premio di Francia. I tifosi italiani (e del mondo: il ferrarismo è ovunque) speravano che la via della seta si tingesse di rosso, ieri.

E invece niente: è stata una scia d’argento, con le Mercedes (nell’ordine di Hamilton e di Bottas) piazzate ai primi due posti, con l’uomo in tuta rossa e baffi nuovi, Sebastian Vettel, terzo sul podio e giù di lì, quinto, il ragazzo di Monaco (principato) Charles Leclerc, meno di 22 anni, al quale è stato ordinato dai box, lungo la gara, di dare strada a Vettel che lui si era messo dietro. “Strategie del team” ha detto Leclerc, prendendola con filosofia. Per ora, poi, il diavolo è belga: del resto li chiamano così i nazionali di Bruxelles. E' la 57esima vittoria belga. Tocca a Philippe Gilbert, che ha quasi trentasette anni, e che trasforma il pavé e il velodromo di Roubaix in un tapis roulant che lo porta a vincere, lui che aveva già fatto suoi negli anni il Giro delle Fiandre e la Liegi-Bastogne-Liegi, anche la terza delle “classiche del Nord”. Giacché ha vinto pure il Lombardia, per lo slam gli manca solo la Sanremo. Chissà.

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