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Radical Chic. Femminicidi, le sentenze "patriarcali" dei giudici

Anche il tempo può tornare indietro, basta guardare l'Italia

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Gordey Lesovik
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L’annuncio è di quelli che fanno effetto: gli scienziati hanno trovato il modo per “far tornare indietro il tempo”. È stato il ricercatore Gordey Lesovik, che dirige il Laboratorio di Fisica Quantistica presso l’Istituto di Fisica e Tecnologia di Mosca (MIPT), ad annunciarlo al mondo a metà marzo: «Abbiamo creato artificialmente un modo per andare nella direzione opposta a quella del tempo». Ovvero indietro. Per ora si tratta di un esperimento, ma il suo team continuerà a lavorare per affinare la scoperta. A noi però preme ridimensionare gli entusiasmi di Lesovik: gli italiani ci sono arrivati prima di lui.

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E non ci riferiamo solo al genio di Massimo Troisi, e ai suoi indimenticabili colloqui con Leonardo Da Vinci nel film “Non ci resta che piangere” (titolo che tra l’altro calcherebbe a pennello anche alla nostra storia). No, parliamo della realtà.

Da noi siamo già molto oltre la sperimentazione, siamo all’applicazione su larga scala. Ma quello che sicuramente farà ancora più rabbia ai ricercatori russi è che ad arrivare prima di loro a questa scoperta sensazionale non sono stati degli scienziati, bensì dei magistrati. Che non hanno lavorato insieme e non si sono consultati tra di loro, ma - meraviglia delle meraviglie - sono arrivati allo stesso risultato tutti almeno qualche mese prima dei russi: riportare l’Italia ai tempi del più bieco patriarcato, a quando la donna era considerata un oggetto da possedere, comandare, farne quello che si vuole.

E se per caso aveva l’ardire di ribellarsi scatenando «una tempesta emotiva» nel suo uomo, bè allora era meglio che lo metteva in conto: rischiava la morte, sapendo che lui in fondo se la sarebbe cavata con poco, appena 16 anni dato le attenuanti (Corte di Appello di Bologna).

Stesso destino (lei uccisa e per lui attenuanti e condanna a 16 anni di carcere) se si permetteva di «illudere e disilludere» quell’uomo padrone (Tribunale di Genova). Per non parlare poi se la donna era bruttina o dall’aspetto «mascolino»: ringraziasse il cielo che qualche maschio una sera decideva di drogarla, farla ubriacare e poi stuprarla. Come si fa a parlare in questo caso di violenza? (Corte di Appello di Ancona). Piuttosto - questo la sentenza non lo dice, ma sembra quasi di leggerlo tra le righe - è un atto di generosità, come quello delle peggiori barzellette. Solo che qui c’è poco da ridere, perché c’è in mezzo la vita devastata (dagli stupratori, e poi anche dell’assurda sentenza tra l’altro emessa da tre giudici donna) di una persona vera. Ci è voluta la Cassazione per sentenziare che «l’aspetto fisico non è rilevante».

Cari scienziati russi, davvero, non vale la pena passare la vita in laboratori asettici tra formule e provette: guardatevi intorno sono già tanti i paesi che hanno fatto non uno, ma mille passi indietro nel tempo. L’Italia in prima fila. E per alcuni non basta, altri ancora (di passi indietro) vorrebbero farne: basta rileggersi le tesi sull’aborto e sui gay del famigerato convegno di Verona sulla famiglia. E ora chissà perché non riesco a togliermi dalla testa una frase del Vangelo: «Da codesti uomini sventati difendimi, o signore».

eva.kant@quotidianodelsud.it

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