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Insulti, gogne, hashtag, nessun rispetto per le istituzioni
La retorica populista ha la dialettica aggressiva, volgare, quasi teatrale  

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Matteo Salvini bacia il Rosario
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di MARIA TERESA PEDACE

Esiste in linguistica una distinzione – su cui si dibatte tuttora – tra lingue speciali e lingue settoriali. Mentre le prime sono varietà monosemiche caratterizzate da un lessico specialistico condivise da esperti del settore, le seconde sono più aperte all’apporto di settori diverse e caratterizzate da un lessico meno specializzato e meno rigidamente codificato. 

Il linguaggio politico fa parte delle cosiddette lingue settoriali e attinge al linguaggio economico, giornalistico e giudiziario. Potenzialmente ogni parola diventa della politica se utilizzata in contesto politico. 

La lingua della politica italiana viene convenzionalmente divisa in tre fasi:

- la lingua utilizzata durante il regime fascista, identificata con quella di Mussolini;

- la lingua della Prima Repubblica, che va dal 1946 al 1994;

- la lingua della Seconda Repubblica, che va dal 1994 a oggi.

Si può tuttavia ipotizzare che la Seconda Repubblica sia terminata con le elezioni del 4 marzo 2018, che hanno sancito la fine del bipartitismo per come lo conoscevamo, e l’inizio della Terza Repubblica (che, per certi versi, ricorda la Prima). 

Dal punto di vista linguistico l’eloquio ha subìto e continua a subire una trasformazione che attinge alla contemporaneità. 

Mussolini-oratore indirizzava i discorsi alle folle, utilizzando metafore militari, religiose, medico-chirurgiche e aulicismi per innalzare il tono dei discorsi; durante la Prima Repubblica riscontriamo una crescente ambiguità e la nascita di un vero e proprio codice linguistico comprensibile solo da pochi, mentre la Seconda Repubblica porta con sé il capolavoro semantico di Silvio Berlusconi, un linguaggio più semplice e vari tentativi di imitazione.

La Terza Repubblica registra invece una virata verso una dialettica aggressiva, quasi teatrale, vuota nei contenuti e volgare, con costi sociali altissimi.

Se è vero che la lettura del lessico contemporaneo consente un’interpretazione corretta del tempo che viviamo, “Tempi bui” dei Ministri può essere riascoltata in chiave assolutamente profetica.

Era il 2009 quando cantavano “non è per rovinarti il pranzo che ti dico arriva la marea e tu la scambi per entusiasmo”. Avremmo dovuto intuire i primi cambiamenti già dalla campagna elettorale che ci ha condotti alle elezioni del 2018: senza esclusione di colpi, basata sull’incitamento alla disintegrazione e all’odio, giocata tra agorà e piazze virtuali dove la sfida non si lancia più con un guanto ma con un sondaggio o una diretta Facebook.

Quella messa in piedi dal linguaggio politico italiano è una guerra di odio viscerale che attinge ai sentimenti più bui e alle disuguaglianze e alza una cortina di fumo che distrae dalla realtà e allontana gli uni dagli altri.

Per quell’eloquio misurato promosso dalla dialettica sociopolitica sembra non esserci più spazio nemmeno nelle aule, in cui il discorso parlamentare – considerato per anni strumento di stabilità politica – ha dovuto cedere il passo alle brutture di polemiche (talvolta anche personali) a brutto muso e conflitti che distraggono dalle reali esigenze del bel Paese.

Non si parla di politica, né di economia, né di migrazioni, figurarsi di cambiamento climatico, parità salariale, integrazione europea, diritti civili. Quel che rimane è l’involucro del linguaggio politico. Perduta l’ars oratoria, svuotati i contenuti, rimangono la frequenza e l’abbondanza di forestierismi, la retorica dell’evasione, l’uso di slogan e un linguaggio semplice, il più vicino possibile all’uomo medio, in cui vengono meno tecnicismi specifici, trionfa l’uso di un registro informale e tuttavia ricorre l’uso di pseudo-latinismi (Mattarellum su tutti) e anglicismi inutili a nascondere contenuti spinosi. 

Per governare – e farlo bene – non basta. 

Secondo uno studio commissionato da The Guardian, basato sui discorsi pronunciati negli ultimi vent’anni da 140 leader mondiali, la retorica populista ha cambiato radicalmente il panorama politico e il governo Conte è uno tra i governi con il linguaggio più populista a livello globale. La valutazione del caso italiano ha necessitato di una modifica al database: come si legge in una postilla, “l’attuale primo ministro è Giuseppe Conte. Un ex professore di legge nominato per rappresentare la coalizione populista tra il Movimento a cinque stelle e la Lega, Conte è effettivamente un equilibrio tecnocratico tra i vice primi ministri Luigi Di Maio e Matteo Salvini”.

Di Maio e Salvini rappresentano le reali fonti di potere del Paese ed il loro eloquio a influire sino a trascinare l’Italia all’ottavo posto globale nella classifica del populismo.

Un dato che non stupisce, perché i due vicepremier rappresentano partiti noti per gli insulti, le gogne pianificate, le liste di cronisti amici/cronisti nemici, la fuga dal contraddittorio, l’utilizzo di simboli religiosi per ammansire le folle, gli hashtag denigratori, la mancanza di decoro e di rispetto per le istituzioni. Ultimo ma non per importanza il dispregiativo “zingaraccia” che il Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha utilizzato in un’intervista rilasciata a SkyTg24 e l’uso che lo stesso ha fatto dell’inno di Mameli sulla spiaggia di una nota località vacanziera. 

Cosa sarebbe del nostro Paese se le autorità tutte deridessero chi pone domande sgradite, se ogni cittadino rispondesse a un insulto con un insulto ancor più feroce, se non si arrestasse questa ondata di disprezzo verso altri esseri umani? Il problema della lingua della politica è in realtà un problema di tutti perché ci sono in ballo il dibattito stesso, il pluralismo su cui si fonda la nostra società, la tutela dei diritti fondamentali, le garanzie costituzionali. Le basi su cui poggia il nostro Stato, insomma. 

La politica e le istituzioni devono ritrovare il loro intrinseco valore pedagogico e unificatore, frenando gli istinti, correggendo il tiro di affermazioni inaccettabili buttate giù alla strenua ricerca del consenso viscerale. È necessario non rassegnarsi alla cattiva politica e al linguaggio deviato: bisogna educare tutti alla riflessione, al rispetto, alla condivisione e alla convivenza basate sull’integrazione, partendo dalla classe politica affinché la nascente Terza Repubblica rinasca, magari proprio dalla lingua. E ognuno di noi può fare la differenza, cercando di disinnescare le dinamiche di conflitto e odio permanenti e promuovendo l’imparzialità della giustizia, l’empatia, la compassione e il rispetto – delle istituzioni e dell’altro –.

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