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LA LETTERA - Se Renzi fa scuola i giovani lo seguono

Il racconto di chi ha partecipato all'esperienza di Castelvecchio

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Matteo Renzi
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di LIDIA MARASSI

Quando ho sentito parlare per la prima volta della scuola politica organizzata da Matteo Renzi, “Meritare l’Italia”, ho fatto quello che credo abbiano fatto in molti, ossia storcere il naso; pensare che, in un momento tanto delicato per gli equilibri di governo, un ex premier che ha perso consensi decida di riunire 250 ragazzi, in una situazione che (per come è stata presentata) appariva quasi monastica, mi suonava tanto come un tentativo di riaffermazione politica.

Però, la stessa mancanza di informazioni circa l’evento, l’idea che potesse forse uscirne qualcosa di buono e la più genuina curiosità, mi hanno spinta a provare a parteciparvi.

Con mio stupore, sono stata accettata. 

Sono una ragazza poco più che ventenne, mi sono laureata da poco in filosofia nel più grande ateneo del Mezzogiorno, faccio attività di volontariato ed ho partecipato a festival culturali internazionali. Quindi, quando dico che non mi aspettavo che la mia candidatura fosse presa in considerazione, sono sincera. Perché queste sono cose che non servono, sono quel che porta la gente a guardarti negli occhi e dire che “hai fatto una scelta coraggiosa”. Queste sono cose per cui, a volte, io mi vergogno.

Scegliere di intraprendere un percorso accademico di tipo umanistico, dunque, è l’ultimo sogno degli sciocchi, anche di quelli un po’ meno capaci, se vogliamo dar credito alla voce dei tanti. Siccome i tanti - manco a dirlo - son tanti, e noi umanisti siamo rimasti in pochi, ho sempre creduto che, tutto sommato, dovessi dare ascolto a quanto mi veniva detto. Questo per spiegare perchè, quando ho fatto domanda per partecipare alla scuola, mi aspettavo venisse data la precedenza agli studenti di giurisprudenza, di economia, ed a tutti quelli che frequentano corsi di laurea affini a quella che viene comunemente detta area politica. Quelli bravi, insomma, che l’Italia - come recita l’evento - “se la meritano”. 

Quando la più spaesata versione di me è arrivata Castelvecchio, aspettavo solo il concretizzarsi dei miei pregiudizi. Laddove la Scuola era stata presentata come “risposta ai populismi”, ero certa che avrei trovato un populismo di nuova fattura, di stampo tutto renziano. Mi aspettavo giornate di incontri organizzati con lo scopo preciso di direzionare il favore dei partecipanti, già politicizzati, verso il Senatore Renzi, credevo altresì che si sarebbe parlato soprattutto della situazione del Partito Democratico.

Con mio stupore, gli interventi proposti coprivano il più ampio ventaglio di argomenti, dall’economia, all’etica, all’urbanistica, alla filosofia. Di quella politica spicciola, che fa consensi, manco l’ombra. Non erano temi banali, non erano trattati con la superficialità di chi racconta un bel libro ad un amico, erano invece brevi lezioni tenute da professionisti del settore, da chi si è messo in gioco ed ha prodotto qualcosa di utile, di bello. Del Bello, di cui si è tanto parlato nel corso di queste giornate. Qualcuno potrebbe contestare, con uno scenario politico così disastrato, l’utilità del trattare argomenti così trasversali. 

Invece, quei temi che vengono solitamente pensati come complementari, sono stati il centro delle riflessioni che hanno animato questi quattro giorni, e lo sono stati con tutta la dignità che meritano. 

Non me lo aspettavo. Non potevo aspettarmi che, a seguito di una esperienza di Governo che ha contribuito a svalutare il ruolo della cultura nel panorama politico, la Politica stessa decidesse di riportare quella stessa cultura al centro della riflessione sul sociale. Nel vedere come anche quei ragazzi che mi parevano - e che forse sono - diversi da me, nelle ambizioni e nelle idee, si animassero nel sentir parlare di etica, di Bellezza, di Bene e Male, quello che studio non mi è sembrato un capriccio. Non pensate che non si sia parlato di concretezze, perché quello su cui abbiamo lavorato (ed abbiamo lavorato tanto) ha a che fare con i rami più tangibili del nuovo panorama moderno, dà risultati concreti, ma lo fa con la cura di chi ha riscoperto la bellezza delle cose importanti. Senza spocchia, piuttosto creando la situazione quasi paradossale in cui l’ex Premier di un Paese gioca a calcetto con dei liceali, e chiede loro di dargli del “tu”.

Questo ambiente alla pari, lungi dall’essere stato il campo d’azione degli arrivisti (come i giornali hanno ignobilmente additato alcuni dei partecipanti), ha contribuito a creare un clima disteso, in cui confrontarsi con serenità e serietà. Non è quindi più importante chi ha organizzato un simile evento, né il partito a cui si lega, perché quello che ne è uscito è stato il sentimento rinvigorito di chi la politica (quella vera) vuole viverla in modo utile, inclusivo. Questo, però, la stampa non lo ha raccontato. Per quel che vale, sono contenta di aver partecipato a questa esperienza, di aver visto come a noi giovani il futuro non solo appartiene, ma ce lo meritiamo. Con la lucidità di chi crede nell’importanza dei saperi, della professionalità dei settori, nel dialogo tra gli ambiti disciplinari al fine di realizzare il meglio. E mi sono divertita, come si diverte chi impara a giocare in gruppo, nel ruolo che più gli riesce. Recuperando quel bisogno di filosofia, in un momento in cui questa era l’ultimo dei bisogni.

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