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Perché tanti tweet di odio per le donne che emergono?

Il bersaglio dell’offesa è quasi sempre il corpo, umiliato

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di MARIA TERESA PEDACE

Dalla nazionale femminile di calcio a Carola Rackete, da Greta Thunberg a Laura Boldrini, da Samanta Cristoforetti a Giorgia Meloni: le donne sono le principali vittime di tweet di odio. Secondo le Mappe dell’Intolleranza di Vox, ben 326mila dei 537mila tweet negativi pubblicati nel 2017-2018 sono indirizzati alle donne (contro i migranti “solo” 73mila). La lista delle vittime di allunga drammaticamente ogni giorno, includendo cantanti, scrittrici, intellettuali. 

Secondo Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, professore ordinario presso la facoltà di Medicina e Psicologia Sapienza Università di Roma (dipartimento di Psicologia dinamica e clinica), «280 caratteri contenuti in un tweet e l’anonimato della rete consentono che un atteggiamento individuale si diffonda e sia condiviso da un numero infinito di utenti».

Il bersaglio dell’offesa è, quasi sempre, il corpo: umiliato, ridicolizzato, disprezzato nella sessualità e nel genere attraverso la mortificazione e l’aggressione verbale. Una vera e propria scarica primitiva su un gruppo che rappresenta – secondo gli odiatori – la debolezza, l’inferiorità e la diversità. «Si odiano gli altri perché si odia se stessi», scriveva Pavese: perciò l’insulto diventa una difesa psichica e i tweet o i post discriminatori nascono da motori inconsci come la svalutazione e il disgusto. In rete l’assenza di interazioni fisiche come il contatto visivo o la condivisione del tono della voce annulla le mediazioni e amplifica le forme di intolleranza. 

L’hate speech esiste da prima dell’avvento dei social network, ma questi lo hanno spettacolarizzato e amplificato anche con l’uso di foto e video. Cadono così tutti i filtri e il linguaggio dell’odio si riversa tramite i mezzi di comunicazione di massa sui corpi sociali, sui partiti, sui sindacati, sui personaggi di spicco e sulle persone comuni. Tutti possono esprimere un’opinione, il discrimine tra bene e male viene meno, la differenza tra le fonti autorevoli e quelle che non lo sono diventa sempre più labile: lo schermo si frappone tra chi attacca e chi viene attaccato e la potenza di fuoco dei social network sembra a volte incontrastabile. 

Perché vengono attaccate le donne?

Sara Gama, Laura Boldrini, Emma Marrone, Carola Rackete, Michela Murgia e tutte le altre rivestono un ruolo diverso da quello che la tradizione attribuisce alle donne. Hanno successo, visibilità e potere in un contesto come quello italiano talvolta ancora poco avvezzo alle donne visibili. Ed è per questo che l’odio si scatena con attacchi personali che ne sminuiscono l’importanza. 

In Italia le donne che detengono una forma di potere sono in numero ancora (nettamente) inferiore rispetto agli uomini. L’Istituto Europeo per l’uguaglianza di genere utilizza l’Indice di uguaglianza di genere e un indicatore specifico per misurare il potere delle donne nei vari paesi. Nel 2005 l’indice di potere si assestava sul punteggio di 16,1 su 100; nel 2015 l’indice è salito fino al 45,3, assestandosi al di sotto della media europea ma registrando un importante miglioramento. Il potere politico si è fermato al 47, (inferiore alla media europea del 52,7) mentre il potere economico registra un indice di 44,7 (al di sopra della media europea ferma di 40,5).

EIGE mette a disposizione una banca dati sul numero di uomini e donne in posizioni decisionali per diversi settori e questi dati confermano la crescita italiana. Gli slanci di odio si manifestano quindi in una società che deve ancora sconfiggere alcuni modelli tradizionali di comportamento e che talvolta fatica a riconoscere il ruolo delle donne al potere. 

«Ha due guanciotte giuste da riempire di schiaffoni», «fatti curare deficiente», «sembri un cesso plastificato», «ti stupriamo», «sbruffona», «cagna comunista», «puttana fascista»: le parole più utilizzate sono a sfondo sessuale, spesso accompagnate da insulti triviali e via via più gravi. Gli uomini – e le donne – cercano di colpire le donne nella maniera più violenta possibile e gli odiatori rivendicano oggi la ribalta e l’orgoglio delle loro stesse azioni: non si sentono più soli e questo li fa sentire legittimati. 

Dove si manifesta l’odio?

Il progetto ideato da Vox, in collaborazione con l’Università Statale di Milano, la Sapienza di Roma, l’università di Bari e il dipartimento di sociologia dell’Università Cattolica di Milano, ha consentito di estrarre e geolocalizzare tweet che contengono parole sensibili e identificare le zone in cui si manifesta maggiormente l’odio nei confronti di sei gruppi specifici (donne, migranti, persone con disabilità, omosessuali, ebrei, musulmani).  A guidare la classifica dei luoghi in cui si manifesta l’odio sui social network per le donne sono le grandi città: Milano, Napoli, Firenze, Bologna. 

Cosa fare?

Denunciare, innanzitutto, attraverso una denuncia formale oppure una segnalazione tutte le forme di insulto e discriminazione.

Prevenire: le generazioni più giovani devono essere educate all’utilizzo di un linguaggio rispettoso e inclusivo, al riconoscimento del ruolo delle donne e alla riduzione degli stereotipi di genere. I social network devono agire al più presto con forme di auto-regolamentazione e controllo più stringenti. Un segnale positivo è giunto da Agcom che, lo scorso 8 giugno, ha approvato e pubblicato il regolamento per il contrasto dell’hate speech. In materia di competenze dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni sul web e sui social network, vengono adottate nuove misure che lo stesso Mario Morcellini – commissario Agcom e consigliere alla Comunicazione della Sapienza – definisce soft, ma che mostrano un impegno concreto. I fornitori di piattaforme per la condivisione di video hanno l’obbligo di trasmettere all’Autorità un report trimestrale inerente il monitoraggio effettuato per l’individuazione dei contenuti d’odio, le modalità operative e i sistemi di verifica in uso e devono prevedere campagne di sensibilizzazione, iniziative inclusive e di coesione sociale per la promozione della diversità e la prevenzione dei fenomeni di discriminazione online.

Promuovere un cambiamento sociale e strutturale, affinché si sradichi ogni singolo seme di odio. 

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