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Ferrari su di giri con il principe Leclerc

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Charles Leclerc
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«Posso parlare in italiano?» chiede a chi gli fa domande in inglese Charles Leclerc, educatissimo ragazzo di Monaco che non ha ancora compiuto ventidue anni, lo farà il 16 ottobre. Lo stesso giorno che in anni diversi vide Tommie Jet Smith e John Carlos prendere a pugni il cielo del Messico dopo l’oro olimpico dando al mondo la vista sulla piaga del razzismo; lo stesso giorno in cui il papa polacco, Giovanni Paolo II, s’affacciò appena eletto e disse «se sbaglio mi corriggerete».

Non c’era da correggerlo, ieri, Charles Leclerc al volante della Ferrari che ha vinto a Monza. C’era solo da lodarlo per come ha condotto la gara. E condotto è il verbo giusto, giacché il ragazzo era in pole position sulla griglia, dopo l’ultima sessione di prove finita nel caos ieri l’altro («sei perdonato» gli dicevano via radio appena tagliato il traguardo: e ti credo!) e dunque era primo al via ed è stato primo all’arrivo. Nonostante l’attacco dei «lupi grigi» della Mercedes, prima il supercampione Lewis Hamilton, poi la seconda scelta della casa tedesca, Bottas. Il principe di Monaco, ora re d’Italia e di Maranello, è stato insieme bravo e «cattivissimo me».

La Ferrari non è caduta nella trappola della Mercedes, che fingeva un cambio gomme, una simulazione del pit stop; e, quando il pit stop c’è stato, i tedeschi hanno scelto le “gomme gialle”, gli italiani per Leclerc quelle bianche: mescole differenti, l’opzione giusta era quella della Ferrari. La Formula Uno sta riprendendo vita: sbadigliavano, in pista e fuori, sui prati e sui divani, gli spettatori seriali e forse anche i piloti. Era tutto scontato, grigio per l’appunto. Ma adesso, prima in Belgio e ora a Monza, le cose sono cambiate, o almeno sembrano. Qualche “sportellata”, qualche curva presa lunga, il sorpasso che può esserci, anche se Leclerc ha fatto sì che non ci fosse. Ha ragione Charles: sembrava un sogno.

«Spero che domani quando mi sveglio non ho sognato» ha detto: un leggero inciampo sul congiuntivo, pronto per un ministero… La sera non era più il Lambro, il fiume di Monza: era un fiume rosso, di magliette e bandiere, un mare e forse un oceano, che cantava la sua felicità. Era il popolo ferrarista, che sciamava per tutto il Parco, confermato ad essere la casa dei motori almeno fino al 2024. Erano i cori dello stadio vincitore, “olè, olè, olè, Leclerc, Leclerc”; era qualche fischio per Hamilton, ma niente in confronto al passato.

La matematica non ha ancora chiuso il discorso mondiale, che sembra sempre favorevole ad Hamilton, anche perché il prossimo circuito, Singapore, sembra meglio disposto verso i tedeschi. Ma il sogno rosso non è proibito: romba nelle orecchie di Hamilton e Bottas; accompagna il fiume rosso che canta. Il grande fiume delle eccellenze italiane alle quali la Ferrari appartiene di diritto. La Ferrari che non divide nemmeno il popolo che la sogna e l’élite che può permettersela.

Retorica nazional popolare? Forse. Ma Leclerc può dormire tranquillo: non ha sognato. Ha vinto.

E Vettel? Un testa coda. Doppiato. Però per il futuro prossimo sono pronti in officina due bolidi rossi nuovi di zecca...

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