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Siamo chiamati in vari modi: “generazione erasmus”, “generazione globetrotter”, “generazione senza frontiere”. Eppure, nessuno parla mai di chi rimane. Ecco: non vedo scritto mai e da nessuna parte “generazione di chi resta”. Le stime della “fuga dei cervelli” sono note più o meno a tutti. Al contrario, di noi, di quelli che continuano a vivere e lavorare qui, non parla nessuno. Siamo, in poche parole, i clochard sulla strada dei media: sanno che esistiamo ma ci evitano perché, parlare con noi, costa parecchio, forse più di quanto costa parlare con i giovani che hanno fatto la scelta di cercare fortuna altrove.

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Non siamo ricoperti dall’alone poetico e malinconico che, da sempre, circonda quelli che partono per una destinazione lontana; non possiamo essere usati per fare gli spot pubblicitari della pasta o delle delizie che, dall’Italia, vengono spedite per allietare il palato (ed il cuore) dei figli distanti. In definitiva, non siamo né telegenici né evocativi. Badate bene: non c’è in questo alcun intento denigratorio nei confronti dei giovani che hanno avuto il coraggio (e di coraggio si tratta) di lasciare tutto ciò che avevano di più caro nel tentativo di costruirsi un futuro migliore. Hanno tutta la mia ammirazione ed il mio rispetto perché non è una scelta facile, anzi.

È solo che, per una volta, vorrei dare voce a quella che prima ho definito “generazione di chi resta” proprio perché, di questi tempi e alla nostra età, rimanere in Italia è una decisione estremamente difficile.  La crisi economica che ha colpito il nostro Paese ha penalizzato, per primi, quei ragazzi che, come me, si trovavano a cavallo tra il percorso formativo e il mondo del lavoro. La ragione è semplice: un’economia che subisce una battuta d’arresto non solo taglia quelli che, nella logica del profitto, vengono considerati esuberi (basti pensare agli esuberi “di personale”) ma soprattutto blocca l’ingresso a chi non ha ancora avuto modo di costruirsi una posizione lavorativa. A ciò si deve aggiungere che, quegli aspiranti lavoratori, spesso hanno speso anni e denaro per formarsi e per diventare competitivi sul mercato. Hanno, in poche parole, fatto un investimento che è andato letteralmente in fumo.

Vi dirò di più: a essersi volatilizzate non sono solo le aspettative dei giovani di cui sopra ma anche quelle delle loro famiglie che, col sudore della fronte e col sangue dei risparmi di una vita, hanno puntato tutto sull’avvenire e sulla formazione dei figli. Potrei fermarmi qui o meglio, il mio adorato Paese potrebbe fermarsi qui ma a questo cocktail di veleni si deve aggiungere la variabile della mentalità italiana media. Noi siamo il popolo dell’arrangiarsi, anche nel mercato del lavoro. L’incontro tra domanda e offerta, per quella fascia di popolazione compresa tra il venti ed i trent’anni, si fonda attualmente sull’arrangiarsi. Il datore di lavoro si arrangia riempiendosi le tasche di giovani stagisti, tirocinanti e apprendisti che non hanno idea di come si faccia, nella pratica, il lavoro per il quale sono stati formati (enorme pecca del sistema scolastico italiano che, soprattutto nell’ambito universitario, continua a prediligere l’approccio strettamente teorico alle professioni); dall’altro lato, stagisti, tirocinanti e apprendisti si arrangiano accettando orari di lavoro disumani con stipendi da miseria per inserire quante più esperienze lavorative possibili nei curricula.

Ovviamente quei CV, scritti e controllati con cura certosina, verranno poi puntualmente presi in carico da altri giovani che, pure loro, sono finiti lì un po’ per caso e un po’ per disperazione, nella speranza di trovare un giorno qualcosa di meglio. Sorte ancora peggiore attende coloro che, pensando di finire in mano ad un datore di lavoro qualsiasi, si ritrovano invece alla mercé di veri e propri schiavisti del nuovo millennio i quali usano i vuoti legislativi e le zone grigie dell’ordinamento in materia di formazione professionale per sfruttare il bagaglio teorico e pratico acquisito dal giovane lavoratore. Lo stagista, l’apprendista o il tirocinante diventano, in maniera del tutto legale, lo strumento attraverso cui dotarsi di personale altamente qualificato e con pochissime pretese in termini economici. Parliamoci chiaro: quando passi la vita a sentirti dire che la disoccupazione giovanile è in crescita e che trovare un posto di lavoro è impresa ardua, non rifiuti nessuna offerta.

Anche se quell’offerta significa uscire di casa col buio e tornarvi col buio; anche se significa sentirsi profondamente insoddisfatti ed avviliti; anche se significa rispondere agli occhi tristi dei propri genitori con un banale “poteva andarmi peggio”. Nonostante tutto, molti di noi, con spirito di sacrificio e di abnegazione, rimangono qui pur sapendo che, altrove, sarebbero pagati adeguatamente per quello che fanno e sarebbero trattati con la dignità che meritano. Vigliaccheria? No, in alcun modo. Si tratta, pure in questo caso, di coraggio. Sappiamo infatti che, se nessuno rimane, nessuno potrà cambiare le cose ed abbiamo la piena consapevolezza del peso che portiamo sulle nostre spalle. Siamo quelli senza futuro che si aggirano, mesti e appesantiti da un’età che non hanno, alle fermate della metropolitana ma siamo pure quelli che, ogni giorno, barattano il proprio presente con un pur minimo miglioramento.

Noi siamo la novità e, se qualcosa in questi anni si è mosso, è soprattutto grazie a noi e alla nostra determinazione. Quella stessa determinazione che non si è mai arrestata, neppure quando ha incontrato lo sguardo pietoso di chi ci ha cresciuto. Noi siamo la generazione di chi resta e, forse, è giunto il momento di starci a sentire.