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Le sostanze stupefacenti non sono una novità del nostro tempo. Non sono state inventate in un moderno laboratorio, a sperimentare i loro effetti per la prima volta non sono stati gli abitanti delle grandi metropoli e la loro diffusione non è iniziata su Internet. In realtà la droga è uno degli elementi più antichi della società umana, e la sua storia è parallela a quella della nostra specie.

Sin dalla preistoria, prima ancora di comprendere i segreti della vita delle piante e sviluppare un sistema agricolo, gli uomini hanno scoperto che interagire con alcune piante ed alcuni animali poteva condurre ad un’alterazione del proprio stato di coscienza e a nuove esperienze sensoriali altrimenti irraggiungibili e, comunque, inspiegabili.
Proprio questa alterità dell’esperienza stupefacente rispetto alla sensorialità ordinaria ha fatto sì che tali sostanze fossero ritenute un ponte, o meglio, una scala verso un piano ulteriore, di divinità. Non deve sorprendere, dunque, che le droghe – in senso ampio, quindi anche alcool e tabacco – siano state sempre utilizzate, più o meno simbolicamente, nei più disparati rituali religiosi in tutto il globo.

L’inizio di una rivoluzione nell’approccio alla droga – nonostante ci sia in proposito il dissenso di autori come John Allegro che, come sostiene nel suo The Sacred Mushroom and the Cross, riteneva che Gesù e tutti gli apostoli altro non fossero che nomi di funghi allucinogeni – si ha, in realtà, solo con il cristianesimo medievale, e con la sua ferma condanna di qualsiasi sostanza psicotropa, in quanto incompatibile con il concetto di rivelazione. Questa radicale inversione, però, non svincola la droga dalla spiritualità, non spezza questo legame destinato a durare per molti secoli ancora, e perdurante anche oggi in alcune zone e per alcuni aspetti.

Eppure, anche nella nostra società odierna, nonostante Dio sia dimenticato e l’elemento spirituale decisamente ridimensionato, se non espulso, in favore di pragmatismo e immanentismo, si fa largamente uso di sostanze stupefacenti. La categoria più a rischio è quella dei giovani.

Come risulta dalla Relazione Europea sulla Droga 2019 dell’Osservatorio Europeo delle Droghe e Tossicodipendenze, ad oggi il 20,9% dei giovani-adulti (15-34) italiani ha fatto uso di cannabis nell’ultimo anno, percentuale in crescita continua dal 2011, anno in cui gli utilizzatori erano solo il 15,4% del campione. In questo l’Italia è al di sopra della media europea, che si ferma al 14,4%.

Non servono più, in questo modello, sciamani, indovini, druidi, veggenti o sacerdoti per guidare all’uso di droghe, perché non si cerca più il ponte verso il mondo degli spiriti. Le motivazioni che spingono a farsi sono altre, e sono le più varie.

Spesso i giovani fanno uso di sostanze stupefacenti anche solo per socializzare: può capitare che ad una festa qualcuno decida di prepararsi una canna e gli altri, per non essere da meno, chiedano di condividerla.
A volte gli utilizzatori scelgono di assumere sostanze per rilassarsi, o per estraniarsi dai propri problemi, per evadere, insomma, dal tedio della quotidianità, dalla pressante routine.

Altre volte, perché no, ci si inizia a drogare semplicemente perché si voleva provare qualcosa di nuovo, di esotico, spesso perché invitati da qualcuno che già usa sostanze, anche occasionalmente, ad assaggiare l’ebbrezza di questa esperienza.

E se a fare uso di sostanze sono spesso persone normalissime, a lucrare su queste esigenze – o debolezze – c’è un sottomondo criminale che gestisce lo spaccio e che non si fa scrupoli di eliminare, anche fisicamente, chi gli si oppone.

Che sulla morte violenta di un ventiquattrenne ci sia l’ombra della droga, fa indubbiamente pensare. Se da una parte è vero quello che dice il Capo della Polizia, Franco Gabrielli, quando afferma che Roma non è Gotham City, non bisogna però dimenticare che la Capitale non solo è una città problematica, ma che in essa si annidi un profondo disagio sociale, che prescinde dalle classi sociali e sfocia nel consumo di droghe, pesanti e leggere, e che genera infinite relazioni tra comuni cittadini e criminalità.

I giovani, quando decidono di andare a rivolgersi al loro spacciatore di fiducia, spesso non riescono a collegare lui, spesso giovane come loro, magari rispettabile compagno di scuola o collega di università, e, perché no, conosciuto negli anni dell’infanzia o della prima adolescenza, quindi fidato, insospettabile, all’organizzazione più ampia di cui, intenzionalmente o meno, è parte. Spesso, anzi, questi stessi giovani non si pongono proprio il problema.

Ora, non so se la Bat-caverna sia o meno a Frascati, però, nel dubbio, forse è il caso di elaborare una strategia. E se il contenimento tentato negli anni ha, finora, almeno parzialmente fallito, bisogna passare alla dissuasione.
Probabilmente non basterà l’effetto Saviano, anche perché è stato ampiamente ridimensionato sia dallo showbiz che ha preferito trasformare le sue denunce in sparatorie e spettacolarità, sia dalle sue stesse posizioni legaliste sulla droga, che appartengono ad una fase ulteriore, successiva alla lotta contro il fenomeno.

Però la strada che Saviano ed altri autori hanno battuto non è sbagliata, e dovrebbe essere utilizzata come traccia: bisogna ricordare a noi giovani che ogni azione ha delle conseguenze, e che acquistare droga significa diventare complici della criminalità organizzata, che mira alla distruzione del Paese.

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