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Possiamo tutti tirare un sospiro di sollievo: la Ragioneria dello Stato ha certificato i 199 articoli della Manovra finanziaria che, il prossimo lunedì, planerà sui tavoli del Senato per l’esame parlamentare. Si tratta di una Manovra da 30 miliardi che dovrà essere convertita in legge entro il 31 dicembre 2019 per entrare in vigore il successivo 1° gennaio del 2020. Contiene, al suo interno, il disegno di legge recante il Bilancio di previsione per l’anno finanziario 2020 nonché il bilancio pluriennale per il triennio 2020 – 2022. A mio modesto avviso, questa volta più di altre, si tratta davvero di una “manovra” considerato il buco nero economico in cui l’Italia annaspa da un pezzo. Un po’ come quando devi parcheggiare e, appunto, devi fare “manovra” perché, si sa, parcheggiare è difficile per tutti (e non vi azzardate a dire il contrario).

Dunque, in questa manovra non si registrano grandi assenti ma solo qualche debutto: nella grande famiglia delle tasse, si presenta al mondo la plastic tax, dal valore di un miliardo previsto per il primo anno e circa 2,2 miliardi per il secondo mentre rimane inaspettatamente inalterato il regime della flat tax per le partite Iva fino a 65.000,00 euro, nonostante la paventata “stretta” del Governo Conte-bis; per la macroarea “pensioni”, sono stati destinati solo 8 milioni lordi (che si riducono a 6 milioni netti, un po’ come il gioco massa grassa – massa magra) per le pensioni fino a 2.052 euro lordi al mese che, però, dal 2020 saranno rivalutate in modo pieno al tasso di inflazione.

Ebbene, come vi dicevo poc’anzi, in questa Manovra fanno il proprio esordio delle misure che non fatico a definire nuove come quelle atte a ottenere la parità di genere nelle retribuzioni o quelle destinante a sostenere l’imprenditoria femminile e lo sviluppo delle PMI al Sud. Ha catturato, nello specifico, la mia attenzione un particolare piano d’intervento e cioè quello per ottenere il giusto compenso per i lavoratori non dipendenti, destinato anche ad arginare le forme di abuso delle prestazioni dei giovani professionisti.

Ecco, una cosa del genere non me l’aspettavo, sebbene giunga a dir poco gradita. Da tempo immemore si cerca di portare all’attenzione delle alte sfere questo tipo di fenomeno e, tra scandali e rivolte da tastiera (giusto quelle perché, i giovani lavoratori autonomi, non possono manifestare diversamente il malcontento) forse, e dico forse, qualcosa si sta muovendo. Nonostante, quindi, somma sia la gioia, specularmente somma è l’amarezza e il perché è semplice: sebbene i giovani professionisti abbiano certamente bisogno di tutele, sono in realtà tutti i giovani italiani a necessitarne. Ancora una volta, si è preferito voltare le spalle alla piaga sociale dello sfruttamento del lavoro giovanile, ragazzi e ragazze che lavorano “in nero” e senza alcun tipo di tutela.

Non vedo una seria presa di posizione relativamente al comparto Istruzione, non vedo voci che prevedano borse di studio, non vedo fondi stanziati per riqualificare strutture e infrastrutture da considerare come centri aggregativi e ricreativi per i ragazzi nati nelle zone del malaffare. Insomma, non vedo delle misure per i “neet” che pure hanno catalizzato l’attenzione nelle scorse settimane. E’ chiaro che dobbiamo ripartire e per farlo dobbiamo puntare sul nuovo. Quindi, come se mi trovassi a fare le veci del buon Borghi, questa manovra non prende un “diesci” ma un otto di incoraggiamento: il primo passo è stato fatto ma la strada è ancora lunga e, vi scongiuro, non abbiate paura di intraprenderla.

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