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Quello che sfugge, in questa situazione, è che ad essere bloccati dalla pandemia non sono solo le attività le commerciali, le fabbriche o le scuole. C’è tutto un mondo, quello della solidarietà che si nutre di vicinanza e contatto, che è fermo da quasi due mesi. Il volontariato ospedaliero, in particolare, ha risentito delle restrizioni effettuate dal Governo, trovandosi costretto a rimodulare la propria attività in base all’emergenza.

Nonostante le evidenti difficoltà, i volontari non sono si sono persi d’animo, imbracciando quel famoso detto “di necessità virtù” e facendo in modo di essere presenti e attivi. Abbiamo chiesto a Carla De Filippis, presidentessa dell’ODV di Roma “Amma Heima – Giovani Volontari Policlinico Umberto I”, le modalità che sono state adottate dall’associazione per fronteggiare la situazione covid-19.

Difficile pensare al volontariato ospedaliero fuori dalle mura dei reparti. Come avete deciso di agire?

«Il nostro è un servizio che si alimenta della relazione, del contatto. Da volontaria, so che ciò che fa la differenza per le persone che assistiamo è la presenza: una carezza, uno sguardo, qualcosa che va oltre le parole. È paradossale pensare ad un lavoro come questo senza la vicinanza fisica. Abbiamo pensato, allora, di riorganizzarci, perché l’essere presenti per gli altri si può declinare in diverse forme. Quindi abbiamo istituito una linea telefonica rivolta soprattutto ai nonni e gli anziani soli, che sono il nostro target principale, oltre che alle famiglie. Inoltre, la linea si rivolge ai nostri pazienti del Policlinico, e questo ha significato tornare in ospedale dopo più di un mese per parlare del servizio»ù

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Com’è stato tornare al Policlinico?

«Fortissimo, anche solo rientrare nella saletta dove ci ritrovavamo. Quella stanza è il nostro scrigno. Ma tornare nei reparti è stato stranissimo, c’è un’aria surreale perché alcuni sono stracolmi, altri semivuoti. È stato molto intenso vedere queste stanze enormi riempite da solo due letti. Quello che abbiamo visto è che i pazienti sono congelati, tra i corridoi si parla a bassa voce. La sensazione che ho avuto è stata che, dal momento che non sono pazienti covid, si sentano lasciati indietro, come se non fossero degni di attenzione. Eppure, quando abbiamo fatto capolino nelle loro stanze, la reazione è stata di sorpresa, quasi come a dire “Ci siete anche voi?”. Hanno desiderio e fame di vicinanza: una nonnina ci ha addirittura un pezzo di scottex su cui scrivere il nostro numero. Oltre al servizio al telefono, abbiamo anche presentato il servizio di sostegno psicologico. Per loro è importante sapere che non ci siamo dimenticati che ci siamo. Anche il personale medico è tesissimo, ma il loro impegno per cercare di mantenere una parvenza di normalità era evidente. C’era molto amore e volontà di preservare i degenti, soprattutto da medici giovani».

Quali servizi offrite con la linea telefonica? State trovando un riscontro?

«Oltre al servizio di compagnia che si declina in lettura di libri, ascolto di musica e altro, portiamo anche la spesa e farmaci a domicilio. Anche in questi casi le dimostrazioni di gratitudine e di affetto sono pazzesche. Il riscontro avuto, insomma, è stato incredibile, anche grazie alla mobilitazione del gruppo. I ragazzi, pur nell’angoscia e nella paura, straordinariamente, hanno ritagliato un pezzo del loro tempo per chiamare chi ne ha bisogno. La fortuna di questa associazione è di avere dei volontari fantastici, un gruppo che non si ferma neanche in una situazione come questa. I “grazie” da parte di chi aiutiamo sono infiniti, ed è quello che ci spinge ad andare avanti. Noi ci definiamo una famiglia, e mai come in questo momento lo stiamo dimostrando. Il punto di partenza siamo sempre noi, e noi ci siamo».

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