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Vera Corbelli dal 2014 è Commissario straordinario per gli interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione di Taranto nonché per l’attuazione dell’intervento di messa in sicurezza e gestione dei rifiuti pericolosi e radioattivi del deposito ex Cemerad di Statte. Esperta di pianificazione e programmazione del sistema fisico-ambientale, lavora alla sostenibilità delle risorse “acqua e suolo”, attraverso la quale incidere su una crescita sociale e una sensibilità ambientale.

Nelle ore in cui il tema ambientale al Sud – con il caso dell’ex Ilva di Taranto che sta esplodendo per le sue implicazioni occupazionali – è di estrema attualità, occorre gettare uno sguardo in prospettiva. Obiettivo: salvare il Mezzogiorno con le sue stesse risorse.

A livello di gestione del sistema territorio – in termini di risorse suolo, acque e ambiente, secondo Corbelli occorre una «governance unitaria e sostenibile».

In tale configurazione assume rilievo l’esperienza positiva che il Centro Sud, come “area distrettuale meridionale”, sta vivendo attraverso processi di pianificazione, programmazione e gestione delle risorse naturali in relazione alle pressioni su queste esercitate e agli impatti che da esse ne derivano. Il Distretto idrografico rappresenta, infatti, l’area fisiografica naturale di riferimento per la pianificazione e gestione delle risorse e per la programmazione comunitaria e, quindi, è il luogo ideale dei processi di trasformazione sociale, culturale, territoriale ed imprenditoriale di cui si sente l’impellente necessità.

E proprio in tale contesto è stato intrapreso, nell’area distrettuale dell’Appennino Meridionale, un percorso intersettoriale e interdisciplinare dove varie esperienze tecnico, economico, gestionale – nella configurazione istituzionale, scientifico e di impresa – si stanno impegnando con sinergia per dare vita alla costituzione di scenari e modelli operativi di alto profilo.
Commissario Corbelli, l’ex Ilva ha fatto parlare molto e continua a far parlare per la questione ambientale.

«Vero, ma va precisato che l’ex Ilva già oggi incide per il 40% sull’inquinamento ambientale del territorio. Molti passi in avanti sono già stati compiuti. Il siderurgico pesa tanto, ma non è l’unico fattore di compromissione. Ci sono altre presenze industriali, come Eni e Cemerad, c’è anche l’arsenale della Marina militare. Insomma, tante fonti che concorrono».

Lei si occupa dell’acqua, risorsa che appartiene alla storia di Taranto.
«L’acqua non è un bene illimitato e, quindi, va governato e gestito con oculatezza e visione strategica. Se ne deve controllare la qualità, la quantità e la distribuzione per rendere sostenibile la sua gestione e farla diventare l’ “oro blu” del Paese che, nel riconoscere e valorizzare i beni naturali, li assimili a fonte di benessere e di identità culturale del territorio: in questo contesto si inserisce la strategia e l’operato del Distretto Idrografico dell’Appennino Meridionale».

Qual è la funzione del Distretto, uno dei 7 italiani e dei 110 europei?
«Il governo della risorsa avviene per Distretti Idrografici, cioè unità fisiografiche di riferimento in cui trova naturale collocazione l’acqua che, in senso lato, comprende la risorsa nel suo habitat naturale e il complesso sistema di captazione e distribuzione che, spesso, lega intimamente tra loro territori distanti anche centinaia di chilometri come, per esempio, nel caso delle grandi reti di distribuzione che si sviluppano tra Lazio, Molise, Campania , Puglia, Basilicata e Calabria e che mobilitano 850 milioni di mc annui».

È questo il tema della pianificazione del Distretto dell’Appennino Meridionale?
«Questo è sicuramente preminente, ma ad esso vanno aggiunti la gestione del rischio alluvioni e frane, quest’ultimo il più alto in Europa, e quella del sistema costiero insieme alla difesa e tutela del sistema paesaggistico e culturale».

Avete una pianificazione ad hoc?
«Sì, un piano strategico per il Sud che faccia leva sui punti di forza del nostro territorio e del sistema fisico ambientale che deve essere in grado di creare forza lavoro. Trattenere i giovani nel Mezzogiorno, ma ormai si deve dire nel nostro Paese, evitando che il capitale intellettuale sul quale si è investito produca frutti in realtà lontane ma lungimiranti per la loro visione strategica della società e della economia. È un progetto definito e in parte avviato, che sta iniziando a radicarsi, sebbene a fatica, in una vasta area del Mezzogiorno e nella macro-regione che esso rappresenta. Si tratta di un laboratorio reale che risponde a linee e direttive politiche internazionali ed europee recepite, in parte, dal nostro ordinamento. Piano e progetto sul quale il governo deve investire con convinzione».


Ci fa qualche esempio di questa esperienza che lei vorrebbe fosse presa a modello?
«L’esperienza di Taranto è partita dal riconoscimento della rilevanza dell’acqua per il territorio, dall’applicazione rigorosa delle conoscenze tecnico-scientifiche disponibili e dalla loro capitalizzazione per attuare processi innovativi che hanno reso possibile la risoluzione di tante criticità, inizialmente non in calendario, anche con strumenti che modificheranno il dettato legislativo per la gestione delle grandi aree sede di inquinamento diffuso. A questo processo hanno partecipato tutti gli enti competenti, le Università della regione Puglia e di altre regioni del Sud, i Corpi militari, le Amministrazioni regionali e provinciali, la popolazione e centinaia di giovani il cui patrimonio di conoscenze va preservato ed esportato in realtà simili, presenti nel Mezzogiorno, nel resto del Paese e in Europa».

E tutto questo quali riverberi positivi può avere per il Mezzogiorno?
«Un buono stato del sistema naturale e ambientale capace di incentivare investimenti sostenibili, innovazione imprenditoriale, mitigazione delle criticità sociali. Tutto ciò si traduce nell’assicurare un buono stato quali-quantitativo del bene acqua, garantirne gli usi legittimi, preservare gli ecosistemi tramite misure e interventi».

Con quale scopo finale?
«Tra i tanti esiti che ci aspettiamo c’è l’accelerazione della progettazione e realizzazione di interventi ad hoc e investimenti nel settore della ricerca e innovazione che concorrano a raggiungere l’obiettivo quantitativo dell’investimento in ricerca, pari all’1,5% del Pil».

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