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Se pensa allo stato degli investimenti al Sud, la prima parola che gli viene in mente è «Waterloo».

La Cassa del Mezzogiorno?
«Fu positiva per il Paese».

Parola del deputato Alessandro Pagano. Economista, siciliano, dopo anni di militanza in Forza Italia e un breve passaggio nell’Ncd di Alfano, oggi è un leghista convinto.

Onorevole Pagano, da qualche settimana la sua Commissione (Finanze) sta lavorando all’indagine conoscitiva sui numeri della spesa pubblica e dell’autonomia differenziata. Che idea si è fatto?
«Sapevamo alcune cose, ma non con questa ampiezza di particolari. Ma c’è ancora molta marcia da fare: l’autonomia differenziata, assolutamente necessaria, è una buona cosa. ».

Ruocco e Boccia hanno citato spesso i 61 miliardi, dello lo “scippo al Sud”. È un numero che le torna, visto che anche molti del suo partito lo contestano?
«Certamente consumi e investimenti al sud sono crollati, segno che molte risorse sono venute meno. Questo Fatto è inoppugnabile, ma che sia chiaro Salvini non c’entra niente visto che ha voluto la Lega il partito nazionale che oggi è. Il dato economico (61 miliardi mancanti) probabilmente non era del tutto compreso ma io stesso, confesso, non avrei mai immaginato un numero di queste dimensioni».

Cosa risponde a chi parla di Mezzogiorno sprecone?
«C’è una vulgata costruita ad arte. Fino al 1860 il nostro Pil era superiore a quello degli altri sette stati preunitari messi insieme. Il periodo post unitario è quello che ha causato questo problema. Nel 1872 sono iniziati i flussi migratori dal Sud. Flussi che, tranne nel ventennio fascista, non si sono mai fermati».

Permetta la battuta: quindi è colpa dell’Unità d’Italia?
«L’unità è un valore e guai a chi la tocca, però è nata male, con un’operazione militare, voluta anche da potentati stranieri. Invece, l’Italia dalle comuni radici, fede e lingua, ma dai mille campanili, doveva essere declinata garantendo le differenze, uno Stato federale insomma».

In Commissione si è parlato di perequazione infrastrutturale. Oggi gli investimenti al Sud valgono lo 0,15% del Pil.
«Una Waterloo! In una fase in cui si è scoperto che la spesa pubblica al Sud non era efficiente si è trovata la scusa per orientare diversamente le risorse. E così il gap tra le due aree, divenne voragine. Ma c’è stato un momento preciso in cui gli investimenti hanno cominciato a essere usati male».

Quale momento?
«A metà degli anni ’70 quando le Regioni hanno cominciato ad esercitare un protagonismo sterile e clientelare. Al Sud più che altrove in effetti. Ma la Cassa del Mezzogiorno, al di fuori dei pregiudizi, fu quella che realizzó le opere infrastrutturali che hanno accorciato il divario tra Nord e Sud».

Quindi a lei la Cassa un po’ manca?
«Dobbiamo smitizzarne la triste fama. La prima Cassa, statistiche alla mano, fu positiva. L’intervento straordinario va immaginato di nuovo: se il Sud non ritroverà un po’ di efficienza, è ovvio che diventerà una zavorra».

E questo sarebbe uno svantaggio anche per il Nord
«Gli sforzi di quella parte del Paese sono vanificati perché al Sud siamo in piena recessione. Il Nord è la locomotiva, il Mezzogiorno in questo momento è un vagone, al quale però mancano le ruote. Gliele dobbiamo mettere».

È cambiato molto negli anni il rapporto fra il Nord e il Sud del Paese?
«Si è interrotta la catena del valore. Prima l’industria del Nord produceva e vendeva al Sud, che consumava semilavorati e beni di consumo. Poi con il crollo del ‘muro‘ si sono aperti i mercati dell’est e i mercati sono diventati quelli. L’industria manifatturiera non fece caso al graduale crollo dei mercato interno italiano, quello meridionale. Una grave miopia. E negli ultimi 25 anni, dal ‘92 ad oggi la maggior parte dei governi sono stati di centrosinistra».

In mezzo ci sono oltre dieci anni di governo Berlusconi con la Lega.
«Se il problema fossero stati solo Berlusconi e Tremonti, le cose sarebbero dovute cambiare con i governi di centrosinistra. La verità è che c’era una concezione diffusa fra tutti i partiti. Il pensiero unico, da destra a sinistra, diceva: il Sud è negativo! Stop. Dall’agenda parlamentare e politica il Mezzogiorno era stato bandito».

Ma proprio perché al Sud c’è così tanto da recuperare, non è possibile trasformarlo da vagone a locomotiva?
«Ripeto: Prima di mettere il motore ci vogliono le ruote, almeno quelle. E un Sud che cammini serve anche al Nord. Nessuno dice che c’è una poderosa fuga di cervelli, cioè il lievito della società, anche nel Lombardo-Veneto. Se finora non ci si è accorti del problema, ciò è dovuto grazie alla supplenza dei cervelli che arrivano dal Sud. Quando non ci sarà più nessuno da portare al Nord, per la nota crisi demografica, anche il Nord vivrà gli stessi nostri drammi».

Lei arriva da una Terra che ha visto diverse crisi industriali. Come finirà la vicenda dell’Ilva?
«Non voglio fare pronostici su una cosa così drammatica, posso solo pregare che il Signore illumini questi incoscienti. Non sono a rischio solo i posti di lavoro, ma tutta la filiera manifatturiera italiana. Se non si capisce questo si è incompetenti e fuori dal mondo».

Se si riferisce ai 5 Stelle, ricordi che sono i vostri ex alleati…
«Quando c’eravamo noi i contrasti erano quotidiani, ma riuscivamo a far valere la nostra leadership. Il Pd, invece, avendo perso la sua energia ideologica e storica, non è in grado di orientarli e i 5s scorrazzano»

Il ministro Patuanelli, durante la sua informativa sull’Ilva, ha chiesto alle opposizioni unità.
«Ma che frase è mai questa? Noi mica facciamo politica per andare contro i Cinque Stelle! La smettano di fare demagogia. La prova concreta è stata la Tav: in quel caso dimostrammo che per il bene comune urgeva rompere quell’imbarazzante fase politica e non esitammo a chiedere al parlamento se avevamo ragione noi o loro. Oggi il Pd dovrebbe fare con Ilva lo stesso, nell’interesse degli operai e di tutto il sistema industriale. Ma anche il Pd ormai è diventato ben altro, come ben sanno molti loro ex elettori che ci guardano con interesse».

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