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Castel Volturno è l’avamposto della mafia nigeriana ed è nell’anno 2000 che il Commissariato della città del litorale campano porta a compimento l’operazione “Restore freedom.” Inizia il nuovo millennio e il Sud conosce un suo nuovo grande problema. Per la prima volta si indaga per i reati di 416bis per gruppi criminali nigeriani e quell’informativa stilata nel cuore nero dell’Italia, appunto a Castel Volturno, è ancora il modello cui fanno riferimento la Polizia di Stato e la magistratura inquirente.

TUTTO È NUOVO

Allo sfruttamento della prostituzione e al traffico di droga vanno ad aggiungersi altri reati “esotici”: tratta di esseri umani e riduzione in schiavitù. Le ramificazioni criminali da Castel Volturno arrivano nel nord d’Italia. La domanda del mercato va comunque soddisfatta e se i clan di camorra fanno le loro guerre, quelli della mafia nera si rendono sempre disponibili per i propri clienti. Da qui la loro affidabilità: i nigeriani ci sono sempre. Da piccoli spacciatori, ma non da oggi, diventano grandi broker. Tutto è nuovo ma l’attività di polizia risana un ritardo di almeno vent’anni nello studio e nella comprensione del fenomeno. Con tutte le particolarità proprie del fatto nuovo. La polizia, infatti, quando arresta qualcuno ne dispone la radiografia. Serve a scovare nelle viscere gli eventuali “ovuli” pieni di eroina. Molti degli arrestati inghiottono i carichi di droga incapsulata per poi rifornire – dopo aver evacuato il loro bagaglio – gli spacciatori.

ALLEATI DELLA ‘NDRANGHETA

Nell’operazione “Fantasia” dei primi anni 2000 la ‘Ndrangheta già divide carichi di coca con i nigeriani – le navi hanno facile accesso sulle coste del West Africa, dove i controlli sono pressoché nulli e la corruzione è totale – ma il 24 aprile 1990 c’è già la Strage di Pescopagano. Il clan La Torre di Mondragone non tollera lo spaccio di droga nel suo territorio per mano straniera e restano sul selciato – stranieri e italiani in eguale misura – cinque morti e sette feriti. Sono spacciatori e innocenti gettati insieme in un’unica mattanza. Cadono sotto i colpi i tanzaniani Haroub Saidi Ally, Ally Khalifan Khanshi, Hamdy Salim. La polizia trova loro addosso confezioni di eroina. Gli innocenti sono Naj Man Fiugy – un iraniano che voleva solo bersi una birra – e Alfonso Romano. Solo un mese prima, Romano – intervistato a “Samarcanda” – aveva puntato il dito contro l’assenza di sicurezza. Ma verso gli immigrati piuttosto che verso i camorristi che poi compiranno la strage. Un altro innocente è giovane ragazzo italiano, figlio del gestore del bar dove avviene la parte della strage. Paralizzato a vita. Tra i feriti, tre tunisini di 19, 20 e 31 anni e un turco di 27 anni.

CI SONO TUTTI AL SUD

Tanzaniani, iraniani, tunisini, marocchini, turchi, egiziani. Ci sono tutti al Sud. Ed l’aprile del 1990 Le lancette del tempo devono scorrere all’indietro. Il 5 dicembre del 1986 un ghanese è preso a pistolettate sulla Domiziana. Il 25 ottobre del 1986 è ferito a colpi di arma da fuoco Stefan Mustafà Dia. I killer della camorra lo sorprendono a Castelvolturno. In ospedale, la polizia gli trova in tasca venti milioni di lire.

LA STRAGE DIMENTICATA

Sono passati più di trent’anni e la geografia delle migrazioni si disegna nel Sud con una strage dimenticata. E non finisce qui. La popolazione del litorale si sveglia col fragore di un’altra strage. È il 18 settembre del 2008. Sette sono i morti. Tutti di origine ghanaese. Nessuno tra loro è implicato in attività criminali. Giuseppe Setola, l’autista dei boss casalesi che s’incorona boss, compie una strage nella sartoria “Ob Ob Exotic Fashion” a pochi chilometri da Pescopagano, nel litorale domizio dove il cemento abusivo arriva fin dentro la spiaggia e dove il fenomeno della mafia nigeriana prende forma e potere sfruttando tutta la carne possibile nelle campagne e anche tra le case, dove qualcuno diventa “ovulatore”.

OPERAZIONE NIGER

È quello che deve ingoiare la droga chiusa in ovetti di plastica, volare a destinazione e subito defecare. Prima che gli ovuli di droga si rompano e si muore. Con l’operazione “Niger” – nel 2006, a Torino – si registra la prima condanna per mafia per un gruppo di criminali provenienti dall’Africa, toccherà poi a Napoli, con l’Operazione “Viola”, nel 2008. Un susseguirsi di arresti, ma le condanne per mafia dei “Cult”, ovvero i clan nigeriani, sono complesse. I “Cult” nascono nelle università, prima in chiave anticoloniale, poi come braccio armato e criminale volto alla conquista del potere politico.

LA CUPOLA AFRICANA

Le gang africane si strutturano come “cupola” in Italia, apprendono “i codici mafiosi” in Italia – come scrive la Procura di Napoli – dopo Castel Volturno anche Palermo diventa punto di riferimento nella geografia ma è soprattutto Torino, base per tutto il nord Italia, il centro nevralgico di questa struttura criminale. La mafia nera – allogena – svolge il lavoro sporco e pericoloso per quella bianca: spaccio e prostituzione e creano allarme sociale, distraggono le forze dell’ordine da appalti, corruzione e infiltrazione nell’economia legale che sono i campi di azione delle mafie indigene. La mafia nigeriana non concorre per gli appalti pubblici ma come tutte le mafie, le gang, tendono al denaro: un accumulo di soldi che ritorna in forma di rimesse alla casa madre in Nigeria. È un flusso di contante per comprare armi e, con queste, il potere politico. Le mafie sono uguali dovunque ma ognuna torna a casa propria.

LE ROTTE MIGRATORIE

Come Cosa Nostra s’è incardinata nel mondo attraverso l’emigrazione, allo stesso modo la mafia nigeriana ha seguito le rotte migratorie. I gruppi criminali africani controllano oggi le periferie di molte grandi città del nord Italia dove le mafie nostrane non hanno nessun interesse. La mafia nigeriana è fluida e mobile; usa fantasmi, e cioè persone senza documenti. La mafia nigeriana, si dice, gestisce il traffico di organi. Ma è credibile che a Castel Volturno – dove manca tutto – si riesca a fare un espianto di parti del corpo umano in sicurezza per rivenderlo in un mercato nero ipotetico? La sensazione del “si dice”, senza una prova evidente, sfuma nel nulla anche se poi sono in migliaia – senza nome e senza documenti – a scomparire senza lasciare traccia. Un investigatore delle forze dell’ordine mi dice: “Non draghiamo il fiume Volturno perché altrimenti ne troveremmo di cadaveri senza nome, ma non finiremmo mai più; qui ci sono solo ombre”.