Umberto Bossi e Matteo Salvini

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In Italia tutto finisce in politica. Anche la questione dell’autonomia differenziata è stata e rimane vittima di questa storica maledizione. 

Ci fu in un’epoca recente il diffuso innamoramento di un “ismo’’ allora nuovo di zecca che sembrava gonfiare le vele della Lega: il federalismo. In quei tempi il partito di Umberto Bossi difendeva le ragioni del Settentrione laborioso e virtuoso, costretto a lavorare per “Roma ladrona”.

 Le regioni del centro-sud non erano neppure prese in considerazione e quelle popolazioni erano considerate dai leghisti d’antan più o meno come lo sono oggi gli africani che vengono a cercare la “pacchia’’ a casa nostra. Non si sa bene come e perché (si temeva una scissione? Non si volevano perdere voti? Ci si accorse dell’esistenza di una questione settentrionale?) tutti i partiti divennero – a loro modo – federalisti.

IL RUOLO DEL CAVALIERE

 Silvio Berlusconi a cui serviva ‘’sdoganare’’ la Lega per portarsela in maggioranza (nonostante il ‘’tradimento’’ del 1994) neutralizzò con l’idea del federalismo (accettato da Bossi come un primo passo verso l’indipendenza di una Padania, saldamente ancorata all’Europa) quelle minacce secessioniste che rendevano “impresentabile’’ il Carroccio nel governo del Paese. Il fatto è che anche i partiti e le coalizioni di sinistra si intestarono quell’ismo di nuovo conio, dopo aver rinunciato ad altri più tradizionali. 

Non si dimentichi mai che la famigerata riforma del Titolo V fu opera di un esecutivo di centro sinistra. Ma la politica voleva ancora del sangue. Così un referendum confermativo bocciò la devolution, una riforma scritta coi piedi che toccava alcune decine di articoli della Costituzione, ma che almeno era chiara nella ripartizione dei compiti tra Stato e Regioni. 

Nelle legislature successive, l’ismo maledetto si presentò sotto altra veste, come federalismo fiscale. Nella XVI legislatura fu approvata anche una legge delega con la sola opposizione esplicita dell’Udc;  ma, al momento di varare i decreti delegati scoppiò – in una situazione difficile per i conti pubblici – la questione degli oneri e delle coperture, perché le Regioni non erano intenzionate a “fare da sole’’ senza avere alle spalle l’usbergo dell’intera finanza pubblica, specie per la spesa sanitaria che costituisce la parte preponderante dei bilanci delle Regioni (una sorta di elefante imbarcato su di un pedalò) .

 Così il federalismo finì nell’anticamera del dimenticatoio, fino a quando questa bandiera sdrucita venne rispolverata dai due maxi-governatori leghisti del Veneto e della Lombardia, con il sostegno di un referendum popolare.

 Può essere che la nostra opinione sia prevenuta, ma siamo convinti che sia Maroni (allora in carica) sia Zaia volessero rammentare a Matteo Salvini – ormai lanciato in una prospettiva nazionale ed (anti)europea – le radici ideali e storiche del movimento. In sostanza – al di là degli effetti pratici – la questione delle autonomie differenziate è un travaglio che rode dall’interno le diverse anime leghiste.

L’ATTO DI FEDE DEL CAPITANO

 A Salvini di questo provvedimento non interessa nulla, ma è costretto a recitare il suo atto di fede sull’immacolata concezione del Carroccio (e a tener conto degli ukase di Fontana e Zaia). Perché i due governatori (Stefano Bonaccini è rientrato tra le quinte) hanno fatto la voce grossa proprio ora? Semplice: perché, nonostante l’esibizione quotidiana di tracotanza, Matteo Salvini è in difficoltà  – e ne è consapevole – per la questione del Russiagate, destinata a riservare ancora delle sorprese. 

Per questi motivi il Capitano non può ‘’strappare’’ l’alleanza su nulla, perché se vuole salvarsi ha bisogno di Conte e del M5S.  Quanto al merito dell’autonomia differenziata, ai governatori in campo – del resto è una storia che si ripete – piace vincere facile. Non a caso si abbarbicano alla garanzia – per almeno un triennio – del mantenimento dei livelli di spesa storica ovvero del differenziale effettivo tra flussi di trasferimenti che prendono la direzione del Nord o del Sud.  

Va da sé che una siffatta assicurazione consentirebbe dei risparmi che non sarebbero – secondo il progetto in discussione – essere riversati in un fondo di riequilibrio, ma resterebbero al sicuro nella casse di Milano e di Venezia. 

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