La sede dell'Oms

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Allora, è ufficiale: un po’ per sventura e un (bel) po’ per ingegno e bravura, siamo diventati i primi della classe, mondialmente parlando. Primi per reattività e aver imbroccato la strada giusta. L’ha certificato ufficialmente l’Organizzazione mondiale della sanità attraverso il suo direttore per l’Europa Hans Kluge, lo hanno confermato più o meno a denti stretti tutti i leader europei, incluso Boris Johnson che sta pensando a come far dimenticare la partenza sbagliata con la faccenda dell’immunità “a gregge”. L’Italia ha fatto bene ad adottare sia pure dopo una serie di sbandamenti e ritardi, la linea dura del lockdown (“tutti a casa e non muovetevi”) che aveva adottato per prima e in forma anche brutale la Cina. Anche Trump, che ha tweettato un video con le nostre Frecce Tricolori e l’aria di “Nessun dorma” ma con l’aria del solidale compianto, adesso sta passando alla cura cinese da noi rimaneggiata e che quindi è diventata la “cura italiana”.

I francesi, che ci sbeffeggiavano, l’hanno imposta dopo la figura miserrima che ha fatto Macron con la domenica elettorale scorsa che non ha prodotto democrazia ma contagio e astensioni. Certo, l’Italia non ha ancora incassato i dividendi della linea dura degli arresti domiciliari perché abbiamo quasi raggiunto il numero di morti della Cina che ne ha denunciati tremila, cifra probabilmente aggiustata al ribasso. L’Italia ha dato però prova di “tempestività creativa” di fronte all’ignoto. Ha fallito all’inizio, perché è evidente che una diffusione del virus così massiccia e violenta è frutto anche di errori, ma ha reagito alla maniera degli scienziati empiristi: con tentativi, correzioni, altri tentativi, altre correzioni, fino a definire un protocollo capace di bloccare i contagiosi sani, che sono i veri untori anche se inconsapevoli. Gli epidemiologi hanno capito subito che il nemico da battere è quella quota di popolazione infettata e che non presenta sintomi ma che infetta decine di migliaia di individui con un effetto moltiplicatore. Risultato: una strage di italiani concentrati oltre i settanta anni, anche se si danno casi di morti di persone giovani, statisticamente poco rilevanti.

Culturalmente, l’Italia è stata e ancora è teatro di un conflitto generazionale: i giovani che si sentono meno minacciati nella loro incolumità dichiarano o comunque si comportano come se la sopravvivenza degli anziani non valesse la loro libertà di riunirsi e di mantenere il loro stile di vita. Il fenomeno è comune a tutti i Paesi europei e ormai anche agli Usa e all’Australia.

La “linea italiana” è dunque stata riconosciuta come necessaria e i riconoscimenti hanno posto il governo italiano in una posizione di iperventilazione e ad una esposizione televisiva del presidente del Consiglio che a nostro modesto parere non fa sempre bene alla sua immagine da “grande timoniere” continuamente ripreso davanti a una selva di schermi mentre, solo e solitario, si intrattiene a colloquio con i grandi della terra.

L’Italia ha avuto una reazione sia di testa che di pancia: la testa pensante dei tecnici e dei politici ha agito ed agisce con provvedimenti sempre più convulsi perché dettati da un’emergenza che per ora non decresce ma semmai sale con effetto moltiplicatore; e dall’altra la pancia di un conflitto tra regioni del nord e il governo di Roma. L’appello disperato del governatore della Lombardia Fontana di ieri ha fatto il giro del mondo perché contiene un ultimatum: le strutture sanitarie non sono più in grado di accogliere altri malati, dunque dovete restare tutti tappati in casa e non muovervi per nessun motivo. Questo evento ha smorzato parte gli entusiasmi internazionali, non perché i fatti sottraggano validità alla “linea italiana”, ma semmai perché mostrano che tale linea funziona soltanto se viene mantenuta in maniera quasi militare.

La linea italiana è stata comunque non ufficialmente accolta nel gabinetto del Primo ministro Boris Johnson, attraverso il filtro dell’Organizzazione mondiale della sanità che ha permesso al nostro professor Walter Ricciardi di fornire agli inglesi dati realistici, specialmente dopo che Londra ha visto il primo grave danno della Brexit: mancano i respiratori che l’Europa può procurarsi e ai quali il Regno Unito per ora non ha accesso. Si sta andando dunque verso un lockdown mondiale in ordine sparso e in questa corsa verso l’unica soluzione possibile, l’Italia mantiene la sua meritata la leadership. 

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