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Al Salone del Libro di Torino, in quella che dovrebbe essere la più importante manifestazione culturale d’Italia (a proposito, quanti soldi pubblici costa tutto questo?), tantissime voci che si accavallano e pochissime parole. Non c’è nulla che distingua questo spettacolo dai dibattiti televisivi che gli intellettuali non esitano a definire “populisti”, ma che diventano “battaglie ideologiche” quando ne sono loro stessi i protagonisti. Tutti pronti a schierarsi in fascisti e antifascisti come se ci si stesse dividendo a squadre per giocare a pallone. C’è pure la lista di chi non deve giocare. Ma il pallone non c’è. Il campo nemmeno.

E anche noi stiamo sbiadendo. È l’impero dell’apparire e della velocità, la bulimia del consumo, che non ci lascia mai sazi e ci fa convivere con un costante vuoto. In un’intervista del 1974, Pasolini, analizzando l’architettura delle case costruite all’epoca del regime, notò come comunque fossero fatte a misura d’uomo, con dentro esseri viventi interi. Al contrario degli alveari costruiti dalla società cosiddetta moderna. “Quella aculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito a ottenere, il potere della civiltà dei consumi riesce a ottenere, distruggendo le varie realtà particolari, togliendo realtà ai vari modi di essere uomini che l’Italia aveva prodotto.”. Parole sante. Oltre a difenderci dai retaggi dei vecchi regimi, difendiamoci dal nuovo regime del consumismo. 

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