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Negli ultimi anni, nei dibattiti televisivi e non solo, pare che il più grande pregio sia quello di essere dotati di “onestà intellettuale”, così come un grave insulto è quello di esserne privi. Riporto da una rivista nazionale: “L’onestà intellettuale fa di te un essere migliore” e ancora “L’importanza evolutiva dell’onestà intellettuale si traduce nell’importanza di sapere che si può sbagliare”.

Eppure, senza conoscere l’esistenza di un’intellettualità dell’onestà, anche gli antichi sapevano di poter sbagliare, consapevoli di sé e dei propri limiti. Sarà pure un concetto moderno “l’onestà intellettuale”, ma il dilagare di quest’espressione è anche il sintomo di una società che all’“onestà” in generale sta rinunciando.

E, poiché le parole non soltanto raccontano ma creano il mondo, più ripetiamo quell’espressione più ci abituiamo a rinunciare al concetto di onestà nella sua interezza. Come lo studio delle specializzazioni mediche ci distrae dalla visione d’insieme del corpo, così l’aggiunta dell’aggettivo “intellettuale” sottrae significato al sostantivo “onestà”, lo amputa, contribuendo all’equivoco che esistano almeno tre onestà distinte: una di pensiero, una di parola e una di azione.

Ma un’onestà di pensiero alla quale non corrisponde un’onestà di parola e di azione, che valore ha? Per avere valore, l’onestà dev’essere fattiva. Un tempo, quando di una persona si diceva “è onesta”, ci si riferiva a un comportamento onesto. C’era anche più intelletto quando l’aggettivo “intellettuale” si usava di meno. Pronunciata quasi fosse una parola sola, “l’onestà intellettuale” suona anche bene, ma sono due parole distinte e non dimentichiamocelo.

Non rinunciamo ad avere “onestà” e “intelletto”