Il mosaico delle atlete di Piazza Armerina

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Nei primi anni Cinquanta del secolo scorso, mentre sulle spiagge italiane cominciavano ad apparire le prime donne in bikini e i censori si affrettavano a deprecare il costume «troppo piccolo e osceno», nel cuore della Sicilia un archeologo scopriva che il due pezzi risaliva addirittura al tempo degli antichi romani.

L’archeologo si chiamava Gino Vinicio Gentili e aveva iniziato a scavare nella campagna a una trentina di chilometri da Enna e a pochi minuti da Piazza Armerina, in un sito detto Casale. 

Gentili riportò alla luce una sontuosa villa, risalente a trecento anni dopo Cristo, dotata di un impianto termale e decorata con splendidi mosaici per i quali, nel 1997, è stata riconosciuta dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Tra questi mosaici ne apparve uno con dieci ragazze in bikini. Ossia con il subligar, come si chiamava allora la mutandina, e la fascia mamillare, detta anche strophium, a coprire il petto. Bagnanti, si disse subito. Poi si appurò che erano atlete. I romani infatti, alle terme conosciute già dal tempo dei Greci associarono la palestra, dove potevano svolgere gli esercizi di ginnastica prima di tuffarsi in acqua. Qui le dieci ragazze sembrano addirittura impegnate in vere e proprie gare sportive, dal lancio del disco al gioco della palla, dalla corsa agli esercizi con i pesi. Le due vincitrici ricevono una corona e la palma della vittoria.

Mentre gli atleti maschi furono celebrati fin dai tempi più remoti nelle ceramiche, nelle statue e negli affreschi, il mosaico di Villa del Casale è una delle rarissime rappresentazioni di agonismo femminile nell’antichità. In Grecia l’attività sportiva era in genere riservata ai maschi, di rango aristocratico e fisicamente perfetti. 

Le Olimpiadi, celebrate ogni quattro anni dal 776 a.C. al 393 d.C., furono severamente vietate alle donne, che non potevano assistere alle gare e tanto meno parteciparvi. Forse perché gli atleti gareggiavano nudi, da quando il leggendario Orsippo di Megara lasciò scivolare nello stadio il gonnellino. Chi infrangeva le regole rischiava la morte. Famoso l’aneddoto della vedova Kallipateira, figlia del campione di pugilato Diagora di Rodi e allenatrice del figlio Peisirrodo, che per aggirare il divieto si travestì da uomo. Ma nell’abbracciare il figlio vincitore, la tunica si aprì. La perdonarono. Ma da allora anche gli allenatori furono obbligati ad assistere nudi alle gare. 

L’esclusione delle donne restò in vigore per oltre mille anni. Con qualche eccezione. 

Nel 396 avanti Cristo comparve per la prima volta tra i vincitori la spartana Kyniska, arrivata prima nella corsa delle quadrighe. Cos’era successo? 

Gli storici raccontano che nelle gare ippiche il vincitore non era l’auriga né il fantino, ma il proprietario dei cavalli. Contava l’intelligenza e la dedizione di chi li aveva allevati e curati, più che l’abilità di chi li guidava. E gli allevatori di cavalli da corsa erano spesso donne. Partecipavano, ma senza essere presenti alle gare. Pausania narra che Kyniska, di nuovo vincitrice quattro anni dopo, per ricordare le sue vittorie offrì due quadrighe di bronzo al tempio di Zeus. Nel 268 avanti Cristo la macedone Belistiche vinse la corsa delle quadrighe e nel 264 quella delle bighe. L’ultima ad ottenere la palma olimpica fu, nel 153 dopo Cristo, Kasia Mnasithea di Elide con la corsa delle quadrighe tirate da puledri. 

Esempi di ragazze impegnate in competizioni sportive che non fossero le Olimpiadi si ritrovano nelle fonti letterarie e nei reperti archeologici. Nella mitologia, la dea Iris aveva le ali ai piedi. E la principessa Atalanta promise di sposare solo chi l’avesse battuta in una gara di corsa. 

Plutarco, nella Vita di Licurgo, racconta che il legislatore spartano, per favorire l’addestramento fisico delle donne, «sollecitò le giovani a esercitare il corpo con la corsa, la lotta, il lancio del disco e del giavellotto». Senofonte conferma che negli incontri di lotta le donne partecipavano «alla stessa stregua degli uomini». Filostrato cita gare di corsa riservate alle adolescenti e disputate alla presenza del pubblico.  

Le ragazze di Creta già nel terzo millennio avanti Cristo partecipavano alla taurocatapsia, la lotta con il toro rituale. La scena, rappresentata in un affresco rinvenuto a Cnosso, mostra tre atleti: un giovane con la pelle scura che volteggia sulla groppa del toro, una ragazza dalla pelle chiara che sta per saltare sull’animale, e un’altra che lo tiene per le corna.

Negli intervalli tra le Olimpiadi, sedici donne sposate organizzavano a Olimpia giochi femminili, dopo aver tessuto un peplo e invocato Era, dea protettrice del matrimonio. Questi giochi si chiamavano Erei. Li descrisse Pausania: «Consistono in una gara di corsa fra ragazze, di età diverse: le più giovani corrono per prime, poi le meno giovani e per ultime le più anziane. Corrono in questo modo: i capelli sciolti, il chitone che arriva un po’ sopra il ginocchio, la spalla destra scoperta fin sotto il seno. Corrono nello stadio, ma per loro la lunghezza della corsa viene ridotta di circa un sesto. Alle vincitrici vengono date corone di ulivo e una porzione della vacca sacrificata a Era, ed è loro consentito di avere statue con la propria immagine e il proprio nome». 

Queste gare di corsa si diffusero anche nella Roma imperiale. Domiziano ne inserì una all’interno del Certamen Capitolinum. Giovenale scagliò le sue satire contro le donne che gareggiavano con gli uomini nello sport, andavano a caccia di cinghiali d’Etruria, vestite da uomo assistevano alle corse delle bighe, si appassionavano alla lotta o alla scherma, si allenavano assestando colpi a un palo come il più rozzo dei gladiatori. 

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