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Atlante in ferie, sarebbe la fine del mondo

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Si dice che a tradire si senta un peso sulla coscienza. Anche la fedeltà, però, può arrivare a schiacciare. È un lavoro senza sosta cercare di essere fedeli a quello che ci si aspetta da noi. Se hai l’istinto di dare, diventa ovvio che tu dia sempre di più; se tendi ad affrontare i problemi, nessuno si aspetta che abbandoni il campo di battaglia, anche di una battaglia non tua; se sei sempre presente, è subito «Dove sei?»; se tendi a risollevare gli animi, al tuo minimo silenzio «Dai, raccontaci qualcosa».

Si può arrivare così a sentirsi felici o infelici, vedendo felici o infelici quelli che amiamo, fino a smettere di avere un’emotività propria e di concepirla persino. Quanti, nelle loro vite, sono la versione in miniatura di Atlante, il gigante che da millenni, secondo la mitologia, regge sulle proprie spalle un mondo che non abita, facendo da pilastro a un cielo che non può vedere, senza potersi permettere cedimenti. Non a caso è stato dato il nome di Atlante alla prima vertebra della schiena, quella che sostiene il peso della testa e dei pensieri. Una volta sola a quel gigante riuscì di sottrarsi al suo compito. Accadde mentre Ercole, l’eroe, stava compiendo le dodici fatiche. L’undicesima fatica prevedeva la raccolta di tre mele d’oro nel giardino incantato delle ninfe Esperidi.

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E nessuno sapeva dove si trovasse esattamente quel giardino, nessuno al di fuori di Atlante. Così Ercole gli propose: se tu prendi le tre mele d’oro, io prendo il tuo posto. Il gigante spostò il mondo sulle spalle dell’eroe, affidandoglielo. Chissà cosa deve aver provato muovendo il primo passo e alzando lo sguardo. Arrivato fino al giardino delle Esperidi, recuperò le tre mele d’oro e tornò vittorioso. Ma la libertà durò un attimo. Ercole, fingendosi onorato di continuare a reggere quel carico al punto che mai vi avrebbe rinunciato, chiese al gigante di tornare a reggergli il peso soltanto per un momento: il tempo di potersi costruire una stuoia per attutire i dolori alle ginocchia.

Chi è fedele crede alla fedeltà degli altri. Così Atlante è tornato al suo posto per altri millenni. È vero, tanti ingannano e tradiscono gli altri. Oggi, però, mi chiedo, e sempre più insistentemente: quanti, pur di non tradire le attese degli altri, continuano a tradire se stessi? E perché consideriamo Atlante un gigante ed Ercole un eroe? Quanta ingratitudine c’è nei confronti di chi da sempre è fedele? A guardare bene, non sono gli eroi che reggono il mondo.

Se Atlante - e tutti quelli che svolgono il suo stesso compito - prendessero anche solo un giorno di ferie, sarebbe la fine del mondo. 

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