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Pochi giorni fa l’editore Zanichelli ha lanciato l’allarme: oltre 3.000 vocaboli, per il disuso, sono in via d’estinzione. Qualcuno obietterà: «Che ci importa delle parole in un mondo in cui non si ha cura di nulla, nemmeno delle persone?».

Importa, eccome, perché le parole ci permettono di scandagliare le nostre percezioni ed emozioni: se avessimo cura delle parole, ci sarebbero meno esseri umani anestetizzati e più coscienze.

Qualcuno obietterà: «Dov’è il problema? Se mancherà un vocabolo, useremo un sinonimo».

Se c’è una cosa che ho imparato, vivendo e scrivendo, è che i sinonimi non esistono: non esiste una persona uguale a un’altra, non esiste una parola che abbia fino in fondo il significato di un’altra.

Possiamo “dimenticare” senza mai “scordare”: un conto è toglierci dalla mente, un conto è toglierci dal cuore. Attraversando le sfumature del vocabolario, scopriamo che la memoria ha due cassetti diversi: possiamo riempirci la testa di quanti pensieri

vogliamo, ma qualcosa o qualcuno dentro di noi non si cancella.

Il termine “ingenuo” viene ormai impropriamente usato come sinonimo di “sciocco”. Ma, nell’antica Roma, l’ “ingenuo” era chi nasceva libero. I nati liberi generalmente mostravano una lealtà che di rado si riscontrava negli schiavi e in quelli che si affrancavano dalla schiavitù (i liberti). Quando comprendiamo il significato originario di questa parola, capiamo che dobbiamo essere fieri della nostra ingenuità e che proprio il mondo dei furbi è un mondo di schiavi, schiavi prima di tutto dei loro stessi sotterfugi e strategie.

La notizia che oltre 3.000 termini stanno sparendo dal dizionario, mi ha portato a chiedermi quali vocaboli vorrei salvare affinché restino nel tempo.

Così mi sono accorta di un’enorme lacuna linguistica: non esiste dizionario che raccolga i modi di dire familiari che hanno plasmato il nostro lessico; le parole a noi più care appartengono a un linguaggio unico ed esclusivo, che svanisce con noi e del quale non resta traccia. Ad esempio, nel lessico di due persone che si amano, un piccolo difetto fisico, anziché “malformazione”, può essere chiamato “benformazione”. Chi salverà queste espressioni? Perché non iniziare a raccoglierle?

Da qui parte la nostra iniziativa: “le parole che fanno casa”.

Raccontateci le parole che vi hanno fatto da tetto, da mura e da fondamenta, le espressioni che appartengono al vostro personale linguaggio e a quello dei vostri cari.

Dalla prossima settimana, ogni domenica su Mimì, chiederemo a personaggi noti di raccontarci il loro lessico familiare, anche io racconterò il mio. Ci piacerebbe conoscere anche il vostro e pubblicare le espressioni più belle da mettere in salvo.

Scriveteci o inviateci video, via mail a mimi@quotidianodelsud.it o sui social utilizzando l’hashtag #leparolechefannocasa.

Le raccoglieremo per creare un lessico familiare collettivo – che a oggi non esiste – affinché non vadano perse quelle espressioni che ci fanno vibrare, che ci attendono sull’uscio, parole che sono state una culla o uno schiaffo, parole che possiamo dimenticare, ma mai scordare.

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