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Un proverbio cinese dice: “Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”. Lo stolto, spesso, è un furbo travestito da sempliciotto. Ha il suo interesse nel disconoscere l’esistenza oggettiva della luna e dirotta l’attenzione di un’intera folla sulle sfaccettature di un’unghia o su pellicine pressoché invisibili.

Allo stesso modo, in un discorso sul bene comune, lo stolto – che non concepisce il bene comune – strumentalmente riduce tutto a questioni soggettive. È una dinamica che avviene in qualsiasi ambito dell’esistenza umana, dagli scenari politici alle liti nel traffico, dalle questioni climatiche alle più banali riunioni di condominio.

Non c’è da stupirsi che a Roma, in via Isacco Newton, sia stato impiccato un rudimentale fantoccio raffigurante Greta Thunberg. È più comodo criticare e condannare il carattere di una ragazzina, e sorvolare sull’evidenza che nel ventre dei pesci vengono rinvenuti mozziconi di sigarette, che i ghiacciai si stanno sciogliendo, che oggi si ammalano più giovani che anziani.

Non c’è da stupirsi se, subendo un tamponamento di notte al semaforo rosso, si venga accusati di avere l’automobile nera e quindi non perfettamente visibile; o se, nell’invitare a rimuovere vecchi cassoni di amianto dal terrazzo di un palazzo, ci si senta rispondere «Quei cassoni non hanno mai ammazzato nessuno!» e si venga accusati di voler fare un torto a chi deve continuare a stendere i panni.

A volte gli illeciti non soltanto sono avallati, ma difesi proprio come fossero diritti. Il saggio persiste a indicare la luna: raccoglie prove, documenti, fotografie, ingrandimenti, analisi. «Eccola!» ribadisce mostrandola. Ma lo stolto è sempre pronto a ribattere «Sarà un riflesso di qualche lampione» o «Sarà che avevi il dito lucido». Nulla può far vedere la luna a chi fa comodo continuare a non vederla, perché il saggio e lo stolto parlano due linguaggi diversi: uno è quello di chi vuole capire, l’altro è quello di chi vuole coprire.

A volte, pur di non far vedere la luna, lo stolto sarebbe pronto a tagliare il dito che la indica. Se ho sempre amato le favole è perché lì dentro è netta la distinzione tra vittima e carnefice, distinzione che, invece, per essere ammessa nella realtà richiede fatiche, decenni e tragedie (e a volte nemmeno bastano).

Ogni giorno assistiamo a carnefici che vogliono passare per vittime. Di Cappuccetto Rosso oggi il lupo direbbe che era stata lei a provocarlo, che era antipatica con quelle sue treccine, che un po’ se l’è cercata andando nel bosco, che mai lui aveva dato fastidio a nessuno, che se lui aveva sbagliato l’aveva fatto in buona fede: voleva mettersi la bambina nel suo stomaco soltanto per tenerla al caldo, considerato che era inverno.

Si giudicherebbero i toni, non le azioni; le facce, non i fatti; si metterebbe sul piatto della bilancia l’inconsistente fino a farlo pesare più di qualsiasi altro contrappeso di verità. Se ho sempre amato le favole è perché lì dentro, a voler guardare bene, i ruoli sono chiari e sono i fatti a stabilirli. Tra vittima e carnefice, sto dalla parte della vittima.

Preferisco chi resiste a chi infierisce, preferisco chi è giudicato a chi giudica con estrema superficialità.

Preferisco vivere con la tridimensionalità di una coscienza piuttosto che vivere nella piattezza di chi non la possiede o l’ha persa. Questo senso di ricchezza non potrei barattarlo con nient’altro.

Preferisco guardare la luna che la verruca su un dito.

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