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Di qualunque tipo di rapporto si tratti, tra due persone non finisce mai in pareggio.

Come in una finale dei Mondiali, c’è almeno un gol di differenza: se non si segna nei primi novanta minuti, si segna ai supplementari o ai rigori.

Tra due esseri umani s’instaura sempre una lieve pendenza e spesso, col tempo, si accentua.

Chi è abituato a prendere, alla lunga finisce col non saper più dare. Viceversa, chi è abituato a dare, evita di chiedere e, quando proprio deve, balbetta.

“Do ut des” dicevano i latini, “Do affinché tu dia”.

Un’antica formula che si è tradotta nel proverbio “Una mano lava l’altra”, per intendere che l’aiuto è reciproco: se a qualcuno dai, da quel qualcuno avrai. È un principio che mi sembra valido per i compromessi immediati e per gli scambi stabiliti da un contratto, anche se tacito.

La vita non ha l’immediatezza del “Do ut des”: la vita segue traiettorie curve, a volte larghissime. Il bene, come il male, torna quasi sempre da persone diverse da quelle a cui lo abbiamo fatto.

Ogni volta che, per non far pesare un nostro atto di bontà, lo archiviamo dicendo «Anche tu per me lo avresti fatto» o «Un giorno potrei essere io a chiedertelo», dobbiamo augurarci di non arrivare mai a sperimentarlo, perché quel giorno potremmo sentirci rispondere: «Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato».

Negli anni, presa consapevolezza che la reciprocità non è una regola e che la bontà non è una forma d’investimento, ti ritrovi a un bivio: puoi smettere di dare e imbruttirti, diventando come chi ti ha deluso, oppure capire che si agisce da buoni perché è nella propria natura e basta. “Do ut dem” mi sembra una formula più onesta. “Do per dare”.

Do perché dormo meglio la notte; perché ho avuto prova che il bene che faccio, in qualche modo, per vie diverse, mi è sempre tornato quando meno me lo aspettavo, da mani invisibili e altissime. “Do ut dem” perché dare è stare dov’è amore e questo amore arricchisce di grazia le espressioni e i gesti dell’altruista, mentre nelle espressioni e nei gesti dell’egoista c’è sempre qualcosa di sgraziato. Cambiare quindi la propria buona natura non è proficuo. Resta l’obbligo, invece, di allontanarsi da quelli che non conoscono l’arte del dare, tesi unicamente a carpire anche solo la nostra buona fede, la nostra anima, la nostra personalità, il nostro tempo o il nostro ascolto. Essere buoni è diverso da essere fessi. Chi sostiene che il confine è sottile, vede male.

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