Lidia Ravera

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Di case ne ha cambiate tante Lidia Ravera, figlia di un papà ingegnere «simpatico, spiritoso e molto avanti per la sua epoca» e di una madre «casalinga riottosa» che «non aveva la vocazione né a fare le faccende di casa, né a fare la madre». Ma la prima casa, nelle sue reminiscenze di bambina, è a Torino, tra i platani austeri di corso Tassoni.

«Ricordo che mio papà diceva “Taca bigura”, che significava “accendi la televisione”. Non so perché chiamasse la televisione “bigura”. Non lo so e non lo saprò mai… Anzi, ora che ci penso, perché non glielo ho mai chiesto? Ai primi anni della mia vita nella casa dei miei genitori mi riportano parole come il Mottarello, la Coppa del nonno, il formaggino Milkana. E Carosello: “e dopo Carosello tutti a nanna!”».

Si ricorda la prima parola che ha pronunciato?
«Le cronache familiari narrano la seguente storia. C’era una torta e mio padre ne prese un pezzo. Poi ne prese un altro e mi disse: “Questo è uno strappo alla regola”. E io, che non avevo ancora due anni, risposi: “Anche mi Ninìn tappo ega”. Ninìn era il nome con cui venivo chiamata da piccola, quindi la frase potrebbe essere tradotta così: “Anche a me uno strappo alla regola”. Evidentemente avevo già in mente l’idea dei diritti, ero molto sindacalizzata…».

La sua favola preferita?
«Più che favole vere e proprie, mi ricordo dei libri. Uno dei miei preferiti era Carlottina e Carlottina, la storia delle due gemelline separate alla nascita che si ritrovano casualmente. Una storia che poi, molti anni dopo, ho ripreso in un mio racconto che si chiama Sorelline, che Bompiani ha da poco ripubblicato e che è diventato anche uno spettacolo teatrale».

Come tutte le città d’Italia, anche Torino ha la sua lingua. Si parlava a casa sua un po’ di piemontese?
«Forse qualche espressione sì, anche qualche proverbio. Ma in generale il dialetto in casa nostra non entrava. Mia madre lo usava con la sua famiglia ma non lo avrebbe mai parlato con noi, perché sposandosi aveva fatto un salto di classe a cui teneva moltissimo. All’epoca la differenze sociali erano ancora molto sentite e i miei genitori appartenevano a due ceti diversi. Sono figlia di un matrimonio “misto”. Quindi per mia madre parlare in piemontese avrebbe rappresentato, in un certo senso, una forma di regressione sociale, un perdere quell’eleganza conquistata attraverso il matrimonio. Mai e poi mai lo avrebbe fatto. A questo proposito, a casa c’era la parola “IMFISE”, cioè gli impiegati Fiat di seconda categoria. La usavano, i miei, in modo sprezzante per segnalare persone mediocri e servili, di solito poco abbienti. La ricordo con una sorta di vergogna. Davvero accettavo il loro snobismo?».

Poi, a un certo punto, la casa dei suoi genitori l’ha abbandonata. Sono gli anni della contestazione, dei movimenti giovanili. Un periodo ricco di parole significative.
«Sono scappata di casa alla fine del liceo: sono stata prima a Venezia, poi a Milano e infine sono approdata a Roma. E lì ho fatto la conoscenza di una lingua completamente diversa. Mi affascinavano certe costruzioni sintattiche del romanesco. Nella redazione di Muzak, dove lavoravo, mi chiamavano “a cispadanaaa!”. Era l’epoca degli slogan più che delle parole. Tutto mi fa sorridere di quegli anni: termini come “compagni”, “classe operaia” o “piccolo borghese”, che era l’insulto più in voga. Dimenticherei volentieri, invece, slogan come “Per i fascisti non basta una sfilata/prognosi, prognosi ri-ser-va-ta!”. Ma la mia passione per le parole è passata attraverso la letteratura più che attraverso la politica».

In che modo?
«Leggevo moltissimo e festeggiavo con gioia ogni parola nuova. Ogni parola che mi sembrasse giusta, importante, me la copiavo su un quadernino. Ancora oggi capita che se c’è un vocabolo che mi colpisce me lo scrivo. Succede anche con degli accoppiamenti tra parole – maliziosi, magari attinenti a mondi diversi – che creano quei cortocircuiti di senso tipici della poesia e della lingua letteraria. I miei quadernini li conservo tutt’ora».

E poi si arriva a Porci con le ali, che fece scalpore proprio per il suo linguaggio schietto ed esplicito…
«Certo, era una lingua di rottura. Porci con le ali nasce come pamphlet pedagogico per raccontare ai ragazzini cos’è la sessualità, l’erotismo, l’amore e così via. Per insegnare a chiamare le cose col loro nome, a evitare l’ipocrisia, ma anche ad assumere consapevolezza: perché non erano affatto così scafati come credevamo noi, i nostri fratelli minori. E invece di scriverlo come saggio, io e Marco (Lombardo Radice) decidemmo di scriverlo in forma di diario, perché fosse di più agile lettura. E quel libro ha cambiato la mia vita. Ancora adesso, che sono una donna anziana, incombe su di me…».

Quando è diventata madre ha potuto osservare da vicino il rapporto che una persona ha con le parole all’inizio della vita…
«Penso che mio figlio abbia imparato a dire “mamma” e “camion” quasi contemporaneamente. Da piccolo era un precoce conferenziere, parlava moltissimo e con estrema proprietà. Quando aveva tre anni mi mandarono a chiamare dall’asilo, preoccupati, e mi dissero: “Suo figlio sa troppe parole”. Me lo ricorderò per sempre, perché veniva considerato un disvalore quello che per me è la cosa più importante da trasmettere ai figli. Non a caso anche lui scrive. Le passioni debordano».

Nella sua vita è stata anche assessora alla Cultura della regione Lazio. Che cosa le ha lasciato quell’esperienza?
«Lì ho imparato delle parole terribili. Quelle della burocrazia, che non conoscevo. In particolare mi sconvolse “perenzione”, che, se mi ricordo bene, è quello che succede ai finanziamenti stanziati che non vengono spesi: vanno in “perenzione” e devono essere restituiti. La “perenzione” mi ha stesa. E ho dovuto impararne tante altre, tipo la differenza tra una “determina” e un “decreto”. Ma le sto già dimenticando, perché non hanno davvero un significato, non puoi disegnarle».

In che senso?
«È qualcosa che mi ha insegnato la mia nipotina: alle parole devono corrispondere le cose, o almeno i disegni delle cose. Lei è bilingue, perché vive negli Stati Uniti, e sua madre – mia figlia – mi costringe a parlarle in italiano. Quando aveva due anni – non so, forse mi sono chiusa un dito in una porta o qualcosa di simile – mi è scappato un “cazzo!”. Cose che succedono. Però lei ha cominciato ad andare in giro per casa ripetendo “cazzo”, “cazzo”, “cazzo”. Ho capito che era il suono, come di frustata, delle due zeta che la appassionava. Allora ho cominciato a dirle altre parole simili come “spiazzo”, “razzo”, “pazzo”. Solo che voleva che io gliele disegnassi, perché per lei la corrispondenza tra la parola e la figura era fondamentale. Così ho dovuto disegnarle un razzo, uno spiazzo, un pazzo… e così via. È stata una grande lezione».

Un insegnamento che vale anche per la scrittura?
«La scrittura letteraria è proprio questo, una tensione, una ricerca continua del termine giusto per richiamare un senso, un sentimento o un’immagine. Noi siamo come dei registi senza film: dobbiamo evocare dei mondi con le parole. E non ne esistono due diverse per dire una cosa, ce n’è sempre una giusta e una sbagliata. Ci sono parole che sono usurate e allora non le puoi più usare, mentre ce ne sono altre semplici che nessuno adopera più e che puoi rimettere al mondo».

E allora, quali salverebbe dall’oblio?
Salverei proprio “oblio”, e poi “memoria” e “dubbio”. E una parola che trovo bellissima: “inquietudine”».

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