Elena Loewenthal

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“Dieci” (Einaudi, 120 pagg., 12,00 euro) di Elena Loewenthal – scrittrice, firma de “La Stampa”, traduttrice dall’ebraico, studiosa di religione e letteratura ebraica – è un importante affondo linguistico, filologico e morale nei Dieci Comandamenti dell’Antico Testamento.

Loewenthal, cosa l’ha spinta in un’epoca di libertà, di individualismo e di disappartenenza a indagare il Decalogo?
«L’ebraico è una lingua fondata su delle radici formate da tre consonanti. Le vocali non esistono, nel testo scritto dell’ebraico. Queste radici, a seconda delle vocali che si mettono, assumono delle coniugazioni, delle declinazioni diverse. La parola ebraica con la quale viene indicata la Tavola della Legge, se la si vocalizza leggermente, diventa libertà. Quindi la legge presuppone la libertà, perché se non avessimo la libertà di trasgredire non avrebbe senso imporre il comando. La libertà è il presupposto di qualsiasi legge. E poi c’è anche un’altra libertà, che per me conta ancora di più, ed è quella dell’interpretazione».

Dal suo punto di vista i Dieci Comandamenti sono sufficienti e sufficientemente chiari per dare un ordine morale all’umanità?
«Assolutamente no. Ed è il motivo per cui mi sono spinta a perlustrare il Decalogo, anzitutto attraverso strumenti traduttivi. Questo lavoro è nato da un corso tenuto a Pavia, dove insegno, e anche dalla necessità di cimentarmi con un testo che, per quanto ieratico e assertivo, è molto più ambiguo di quanto si pensi. Più ci si avvicina al Decalogo e più se ne colgono le complessità, i chiaroscuri, le ambiguità testuali. La tradizione ebraica dice che bisogna esplorare il testo della Bibbia in quegli spazi bianchi che stanno fra pezzi di testo. Io credo che non ci sia un passo della Bibbia più ricco di quegli spazi bianchi, che poi sono neri, come un buio che va esplorato. L’ambiguità del testo nasce poi dalla circostanza che i Dieci Comandamenti sono scritti due volte. Tutta la complessità del Decalogo, in fondo, sta nel fatto che le prime Tavole sono state spezzate sul monte Sinai».

È molto interessante questa riflessione sulla lingua ebraica come lingua insufficiente, caratterizzata dall’inespresso, dall’inesprimibile, da quelli che ha appena definito spazi bianchi o neri.
«La lingua ebraica è semplice, elementare, anche primitiva se si vuole. Proprio in questa sua semplicità sta la necessità di esplorarla oltre ciò che è detto e scritto. Nell’ebraico il significato sta solo in minima parte in ciò che sta nel testo. L’ebraico ha questa eco strabiliante, che sta nella sua primitività e nella sua continuità. Tanto per dire, un bambino delle scuole elementari israeliane si orienta meglio con un passo biblico che non un nostro liceale con un passo della “Divina commedia” di Dante».

In che modo si avverte la memoria del dolore nella lingua ebraica? Quanto “pesa” l’ebraico?
«Credo che il fatto steso di parlarla e di continuare a conoscerla sia una vittoria su quello che è stato. Prima di Eliezer Ben Yehuda, colui che ha riportato questa lingua alla quotidianità, l’ebraico era la lingua santa, la lingua della preghiera e dello studio. Una lingua che non andava contaminata con la vita quotidiana. Tanto che esistevano sempre due lingue: l’ebraico, e poi, quasi sempre, una lingua di mediazione come per esempio lo yiddish o il ladino spagnolo. Eliezer Ben Yehuda decise che suo figlio sarebbe stato dopo duemila anni il primo ebreo a parlare una sola lingua, e riportò questa lingua sul terreno della quotidianità. Per gli ebrei fu ed è una grande vittoria».

Torniamo ai Dieci Comandamenti. Quali sono i punti più contradditori con i quali si è confrontata?
«Il primo Comandamento non è un vero e proprio Comandamento ma una dichiarazione autobiografica di Dio (“Io sono il tuo Dio…”). In realtà “io” lo dice Adamo appena compiuta la trasgressione del frutto proibito. A quel punto Dio lo va a cercare. E qui abbiamo il paradosso di un Dio che cerca l’uomo e non lo trova. Adamo decide di farsi trovare e dice, appunto, “io”. Questo “io” di Dio ci riporta alla prima trasgressione, perché la consapevolezza di sé la inventa l’uomo, non Dio. Tornando ai Comandamenti, poco più in là Dio dice: “Non avrai altra immagine al di fuori di me…”. Qui Dio emerge come un Dio geloso, che punisce e premia. Io quel “geloso” l’ho tradotto con “passionale”. Secondo me il testo vuole dirci questo. E questo significa che Dio opera in base a un istinto, a un fervore. Poco dopo i Comandamenti chiedono all’uomo una cosa impossibile: “Non desiderare”. Chiedere all’uomo di non desiderare è un paradosso, proprio in conseguenza di quel che ci ha spiegato poco prima il testo, ovvero che Dio è passionale e agisce d’impulso. Queste, tra le tante, le complessità e ambiguità di questo testo».

E poi c’è il Comandamento sugli atti impuri, e sull’adulterio, cioè sul tradimento.
«Ci sono due tipi di tradimento: il primo è quello necessario, il secondo è quello superfluo. Questo tema ha occupato il pensiero degli ultimi anni di Amos Oz, secondo il quale quello di Giuda è stato un tradimento necessario, ovvero uno di quei tradimenti che cambiano il mondo».

In che senso è stato necessario, il tradimento di Giuda?
«Secondo Amos Oz Giuda era tra tutti colui che più amava Gesù. È però grazie al suo tradimento – al suo tradimento necessario – che la Passione si svela al mondo, e anche la morte di Gesù e la resurrezione. Senza Giuda Gesù non si sarebbe riconosciuto e il mondo non lo avrebbe riconosciuto».

Hanno appena assegnato una scorta a Liliana Segre. L’antisemitismo è una malattia che non si riesce ancora a debellare. Da dove nasce questo cortocircuito incomprensibile?
«È una domanda difficile, perché secondo me andrebbe rivolta al soggetto che prova sentimenti di odio, non a chi li subisce. In parole povere: le ragioni dell’antisemitismo vanno indagate in chi le nutre non in chi ne è vittima. Poi, storicamente, una ragione c’è, ed è una ragione teologica: gli ebrei sono i discendenti di quel traditore, di quel Giuda di cui parlavamo prima. Tutto nasce da lì. Dopodiché c’è una storia millenaria assai complessa nella quale l’ebreo rappresenta l’emblema del diverso. C’è da dire poi che tutti i popoli, tutte le identità collettive hanno una sorta di età dell’oro, un momento aureo che desta la loro nostalgia. Il popolo ebraico proietta la propria età dell’oro nel futuro, nell’attesa del Messia che non è ancora arrivato. Questa cosa è spiazzante, per chi si confronta con la misura del tempo ebraico. Non voglio dire che sia una delle ragioni, ma certamente uno degli elementi della “stranezza” ebraica. Credo comunque di aver capito col confronto con i Comandamenti che se c’è una qualità ebraica è proprio quella di proiettare il bene nel futuro, pensare che il bene deve ancora venire».

E in che modo lei personalmente vive questa fiducia nel futuro?
«Io non ho fede, ma ho fiducia. E sono due parole che vengono dalla stessa radice. Forse ciò che mi ha fatto fare tre figli e dato fiducia nel futuro è proprio questo sentimento ebraico di aspettare qualcosa di migliore rispetto a ciò che è arrivato fino adesso».

Quali sono le parole della sua infanzia, della sua famiglia, delle sua vita che la fanno sentire a casa?
«La prima è benessere, perché io ho vissuto gli anni ’60, il forte bisogno di buttarsi alle spalle tutto quello che era successo durante la Shoah. La seconda è paura , quella che ho riconosciuto solo molto tardi nei miei genitori. Mia mamma ha 87 anni, e ne aveva 6 quando entrarono in vigore le leggi razziali. L’altro giorno, appena ha saputo della scorta assegnata a Liliana Segre, mi ha detto: “Ho paura”. La terza parola è nostalgia . So che è banale, ma io ho spesso nostalgia di ciò che ero e di certi luoghi in cui ho vissuto».

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