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«Quanto dura?»
È la classica domanda che, prima di assistere a uno spettacolo, viene fatta, magari per organizzare la cena subito dopo.

Sento qualcuno chiederlo anche al botteghino del teatro Flaiano di Roma, prima di entrare a vedere Legittima difesa-dossier, rappresentazione ideata, curata e diretta da Ilenia Costanzo. La prima volta che lo spettacolo andò in scena era il 2010 e oggi, quasi dieci anni dopo, è ancora troppo attuale. So che sarà una barbarie quello che sto per vedere e che mi toccherà corde emotive importanti. Barbarie perché è la storia di quattordici donne che hanno subito violenza.

Di violenza se ne parla spesso, ma è pur vero che ancora non è abbastanza se ogni giorno in qualche parte del mondo di violenza si muore. Le quattordici storie arrivano allo spettatore con forza e urgenza. Ho percepito sul mio corpo quello a cui i miei occhi stavano assistendo: i colpi messi in scena colpivano anche me.

Lo spettacolo mi ha lasciato stordita, perché in quelle storie di dolore e di morte poteva esserci ognuno di noi: ci saremmo potute essere io che scrivo, tu che leggi, e ogni donna che occupava la poltrona di velluto rosso in quel delizioso teatro del centro.

L’apertura dello spettacolo è stata affidata ad Alda D’Eusanio con la quale ho avuto il piacere di scambiare un breve, ma intenso dialogo.

Perché riportare oggi in scena “Legittima difesa-dossier”, uno spettacolo che parla di violenza di genere?

«Purtroppo credo che avremo bisogno di parlarne per i futuri secoli se la cultura non pone ancora di più l’essere umano all’attenzione dell’essere umano. Non si tratta soltanto di parlare di violenza verso le donne, bisogna parlare di violenza verso un altro essere umano. Quello che colpisce è che la violenza sulle donne avviene in qualsiasi parte del mondo, in qualsiasi ceto sociale. Non c’è una maggiore violenza nei paesi considerati meno civili: le donne vengono massacrate ovunque, anche nei cosiddetti paesi civili, e sottolineo “cosiddetti” perché laddove si usa violenza regna l’inciviltà. Questo spettacolo va in scena ancora perché il teatro è cultura, il teatro deve far pensare, sentire e far prendere coscienza. Nei miei programmi televisivi ho sempre parlato di donne e di violenza. Ho avuto la scorta per una settimana, perché sentivo le urla di una donna che veniva picchiata dal marito. Lei chiamava i carabinieri e questi dicevano che non potevano intervenire. Io chiamavo i carabinieri dicendo che sarei andata in caserma con le telecamere se non avessero fatto qualcosa, finché un giorno hanno intercettato una telefonata che diceva “Andiamo dalla D’Eusanio e la riduciamo su una sedia a rotelle”. Da lì mi è stata assegnata la scorta, che però ho tenuto per una settimana. Poi ho firmato perché me la togliessero: ho pensato che fosse lui a dover avere paura di me e non viceversa.»

Quali sono le violenze che hai conosciuto e subito in quanto donna? 

«Ho conosciuto la violenza degli altri. Io sono cresciuta in un piccolo centro, dove imperava la cultura contadina. Ho assistito a scene di uomini ubriachi che massacravano di botte le donne, ed era un fatto normale. Gli uomini le massacravano e le donne tacevano. Si tace per cultura. Hai presente il detto “ mazze e panelle fanno figli belli…? Come se la violenza fisica fosse l’unico modello educativo. Io ho visto la violenza, e questa violenza è stata la molla che mi ha fatto lasciare il mio paese in Abruzzo. Avevo cinque anni quando decisi che da lì sarei andata via. Avevo visto alcune donne del paese subire e tacere. Io provai nel medesimo istante sia male sia paura, soprattutto quando chiesi spiegazioni e misero a tacere anche me. A casa eravamo quattro figli e per mia madre chi doveva studiare erano i maschi, noi donne avremmo dovuto sposarci, fare figli e poi morire. Fu mio padre ad aiutarmi. Capisci che siamo noi donne a sbagliare trasmettendo questa cultura? Noi donne dovremmo prendere coscienza che non è la parità dei diritti e dei doveri il punto, ma la parità e basta: stesso rispetto e stessa dignità come persone. Gli attacchi della stampa sono stati violenti con me in quanto donna. Hai mai letto cosa i giornali hanno scritto? Dopo la morte di mio marito è stato facile attaccarmi. All’epoca ci sono state punzecchiature dolorose. Io attraversavo il dolore della sua perdita e vedevo intorno a me la cattiveria. Il dolore non ha fatto di me una persona peggiore, mi ha dato più forza. Io ho avuto l’amore di mio marito Gianni. L’amore e la vera parità l’ho conosciuta, tangibile e vera nei fatti. So cos’è la parità della quale parlo, è la parità umana, quella del riconoscimento dell’altro come persona nel mondo.»

Quali errori commettono le donne, e perché in alcuni ambienti le donne sono ancora contro le donne?

«Non si ha coscienza che bisogna educare a trattarsi come esseri umani. Non lo insegnano questo! La violenza non riguarda solo i ceti disagiati, ma anche i ceti agiati. Gli errori delle donne sono di mentalità: rimanere legate alla cultura della cucina, delle chiacchiere, l’invidia, la scontentezza, la competizione tra donne. È un problema culturale perché in molti romanzi veniamo raccontate così e poi incarniamo questo modello, ma quando vai a vedere cosa succede negli ambienti maschili, noi siamo delle Maria Goretti. In realtà “Eva contro Eva” non è niente rispetto ad “Adamo contro Adamo”. La solidarietà che si può creare tra donne ha una potenza enorme, ma se ne parla ancora poco. Vedi? Noi donne siamo molte di più e dovremmo prenderci per mano: tutte. Come dovrebbero fare i poveri perché, se i poveri si prendessero per mano, i ricchi sarebbero meno ingiusti.»

Eri una bambina consapevole e forte. Quali sono le parole che ti riportano a quel tempo, quelle che fanno casa? 

«Le parole che mi fanno pensare alla mia famiglia di origine sono “focolare”, mio nonno”, “seminare”, “la terra” che insegna il senso del dovere. Mio nonno seminava, era ormai anziano, e da bambina gli chiesi “Ma tu pensi ancora di esserci per il raccolto?” Lui mi guardò serio e disse “Ci sarai tu”. Mio nonno mi ha insegnato così il valore della continuità, del nostro passaggio. La terra, il mondo rurale insegna che abbiamo il dovere di seminare, chiunque raccolga il frutto.»

Cosa vuoi seminare e cosa hai seminato? 

«Cosa ho seminato non lo so. Cosa vorrei seminare è una bella domanda. Quello che mi piacerebbe seminare è quello che ho imparato dalla vita: il coraggio di guardare il dolore negli occhi senza abbassarli. La vita non risparmia nessuno, per questo bisogna imparare a guardarla come una magnifica avventura, sapendo che ti viene data per imparare a essere migliore. Ecco, io spero di seminare l’esperienza di credere fortemente in quelle poche idee, in quei pochi valori che sono quelli che ti tengono in piedi nei momenti difficili, senza imprigionarsi e non vedere più la bellezza dell’esistenza. Lasciare una traccia nel cuore di un’altra persona. Abbiamo il dovere di seminare tenendo a mente che non siamo individui singoli, ma siamo una collettività.»

Tu hai vissuto una grande storia d’amore. Quali sono le parole della tua famiglia d’elezione?

«“Gianni”. “L’amore”. “Mio marito”».

Noto la custodia del tablet poggiato su un tavolino, ha il volto di un uomo con i baffi. Alda si accorge che ho notato e annuisce con la testa, sorride dicendomi «Sì, è mio marito, ma guarda anche qua, sul quadrante dell’orologio: c’è lui. Io per lui ero la persona più intelligente del mondo, e lui lo era per me».

Lorena, l’ufficio stampa di Vetri blu, bussa al camerino e con Alda ci salutiamo.

Il teatro è ormai quasi vuoto e mi ritorna in mente quella classica domanda che precede uno spettacolo e che anche qui al botteghino avevo captato nell’aria: «Quanto dura?». La risposta vorrei poterla dare adesso che lo spettacolo l’ho visto: lo spettacolo dura un’ora e mezza e il tempo vola; la sopraffazione, invece, dura da troppo, e durerà fino a quando non si riuscirà a modificare questa mentalità culturale. Si arriverà così a quel momento in cui i bassi istinti ci saranno ancora, ma il rispetto sarà più forte.

Intanto continuiamo a seminare.

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