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“La psicologia del regalo” sta spopolando sui giornali in vista del Natale.
Una faccenda per cui bastava un po’ di buonsenso, sembra che oggi richieda studi strategici e la consulenza di esperti in materia.

In fondo, tutte le tipologie di dono non si riducono che a due, a seconda della frase che il donatore pronuncia nell’atto di donare: “Ti ho fatto un regalo” o “Ti ho fatto un pensiero”.

“Ti ho fatto un regalo” si tende a dirlo quando è costato da un certo prezzo in su, quando la confezione è fresca di negozio oppure quando l’oggetto, pur non comprato, ha comunque un valore, un significato. La variante “Ti ho fatto un regalino” si riferisce a un regalo di minor costo, comunque frutto di una ricerca.

“Ti ho fatto un pensiero” invece, contrariamente a quanto l’espressione induca a credere, si tende a dirlo quando il dono è stato scelto proprio pensandoci il meno possibile. L’espressione indica in genere cianfrusaglie: oggetti in disuso e di nessun valore, a volte persino di utilizzo sconosciuto. “È un pensiero” ti avverte il donatore mettendoti in guardia, come a dirti: non aspettarti granché. La variante “Ti ho fatto un pensierino” si riferisce al nulla infiocchettato.

In automatico chi riceve il pacchetto, per educazione ribatte “È il pensiero che conta”, ma intanto cerca di scartare con sapienza la confezione in modo che, all’occorrenza, sia facile ricomporla. Di fronte al contenuto svelato, “Non dovevi” suona simile a un grazie, ma intende dire letteralmente: non dovevi farmelo.

Spesso “un pensiero” è stato nella sua vita precedente “un regalo” non gradito.

Lo riconosci perché ha un’aria gualcita e il donatore nel porgertelo aggiunge una serie di giustificazioni: “Si è rovinato perché l’ho tenuto in borsa durante la trasferta”. Farti sapere che l’ha preso per te in un’altra città serve a farti arrivare il vero messaggio: semmai ti balenasse l’idea di cambiare quel “pensiero”, non puoi.

I “pensieri” circolano infinitamente più dei “regali”. Senza sosta, vagano da una casa all’altra, riciclati dal Natale all’Epifania, e, se non sono a tema natalizio, si riadattano come “pensieri” di compleanno o persino pasquali. Viaggiano invecchiati, avvolti in carte nuove. A volte ci si vergogna di riciclarli, eppure si fa. Quando la vergogna è insostenibile, si regalano al secchio.

Che i doni peggiori si chiamino “pensieri” dovrebbe farci capire in che considerazione teniamo il pensiero o le persone alle quali li doniamo.

“È il pensiero che conta” si ripete per educazione e così vanno avanti una miriade di pensieri che non contano affatto, perché i pensieri che contano si tengono, gli altri no.

Che bello sarebbe se tutti i pensieri poco pensati, girando girando, tornassero a chi ha avuto il cattivo gusto di regalarli, costringendo centinaia di persone a mentire, sorridere, dire grazie, buon Natale.

Chissà che faccia farebbero alcune persone nel ricevere quello che un giorno avevano donato.

Non so cosa ne pensino gli “psicologi del regalo”, ma credo che tutto sarebbe più facile, anche scegliere un dono, se si applicasse la regola d’oro, quel principio di reciprocità: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”.

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