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Anche se oggi si chiamano “misure preventive”, stiamo riscoprendo le regole della buona educazione: lavarsi le mani, non starnutire né tossire addosso agli altri. In un’epoca di ultra-specializzazioni (il chirurgo che opera alla caviglia è diverso dal chirurgo che opera al ginocchio), ci accorgiamo che a volte servono vent’anni di studi per elargire gli stessi princìpi che, in base al buonsenso, ci raccomandavano le nonne.

Quando ormai è uso salutarsi – anche appena presentati – con una doppietta di baci svelti sulle guance, il coronavirus ci ricorda che un bacio non equivale a un “ciao”. Oggi i contatti vengono soppesati: perché correre il rischio del contagio con chi magari ci sta pure antipatico? I baci sembrano tornati ad avere il loro significato e vanno dati soltanto a chi davvero vogliamo darli. Non solo. L’amore, quando c’è, esiste al di là della fisicità, anzi, a volte l’amore è proprio la temporanea negazione della fisicità: se avverti i primi sintomi dell’influenza e vuoi bene a qualcuno, ti imponi di stargli un po’ a distanza, anche se vorresti averlo vicino.

L’attuale stato di emergenza è la fotografia delle miserie della nostra società: la scarsa considerazione in cui teniamo anziani e malati, le truffe, lo sciacallaggio porta a porta, il mercato nero dell’Amuchina, le aggressioni agli asiatici, la discriminazione, i supermercati svuotati.

Chi criticava i popoli in fuga dalla fame e dalla guerra (“Quelli vengono nel nostro Paese solo a delinquere e a rubarci il lavoro”), alla notizia di due contagiati nel Nord Italia ha fatto le valigie per rifugiarsi in zone ritenute ancora incontaminate. Ci aspettiamo sempre un nemico a grandezza d’uomo, e invece eccolo qua, più piccolo di un moscerino, qualcosa di cui non si può dare la colpa a chi ce l’ha o lo porta.

Tra le tante notizie c’è anche questa: esistono mascherine di lusso prodotte da varie case di moda; quella di Fendi, venduta a 190 euro, è andata esaurita in pochi giorni.

Non importa se la mascherina di lusso sia stata prodotta prima o dopo l’avvento del coronavirus, se sia stata creata per proteggere dallo smog o no. È comunque sconvolgente vedere la moda sconfinare nel territorio della salute, griffare prodotti che dovrebbero essere unicamente presidi sanitari a basso costo.

La logica dell’accessorio non può sovrapporsi a quella della priorità; quando accade, è il sintomo di un’altra malattia, di un altro virus: quello del profitto. Arriveremo anche a produrre gessi, assorbenti, cerotti trapuntati con i loghi dei marchi di lusso?

La moda è un linguaggio, si dice, ed è vero: tutto ciò che indossiamo racconta di noi. Ma “l’abito non fa il monaco”: a raccontare di noi sono soprattutto i nostri gesti e le nostre parole. L’eleganza è al di là della moda e delle classi sociali: è una qualità dell’anima, tant’è che un cafone vestito di lusso resta un cafone e una persona raffinata vestita di stracci ha comunque un’aria raffinata.

Come direbbero le nonne “Il denaro fa l’uomo ricco, l’educazione lo fa signore”.

È tempo di far tornare di moda il cuore e il cervello, che quelli sì sono beni di lusso.

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