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Ottavio De Fazio, a terra, agonizzante, ripreso col cellulare da un passante

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Dimmi come muori e ti dirò chi sei: è il malinconico epilogo della spettacolarizzazione della morte a cui, ormai, ci stiamo quotidianamente quasi abituando, l’impietoso flusso di notizie che documentano minuto per minuto gli ultimi respiri di un individuo che poi finiranno diffusi in rete; un modo di utilizzare la tecnologia a cui, forse, non eravamo ancora pronti.

Nei giorni che stanno infiammando gli Stati Uniti dopo la morte di George Floyd, soffocato a morte da un poliziotto, accade in Italia, a Chieti, che Ottavio De Fazio, infermiere militare 49enne, perda la vita durante un incidente in moto. De Fazio guidava in solitaria la sua Yamaha quando, affrontando una curva, è caduto dalla sella.

Per il Luogotenente, che negli ultimi mesi era stato impegnato sul fronte Coronavirus prestando servizio nell’ospedale da campo di Piacenza, non c’è stato nulla da fare: l’uomo ha urtato lo sterno contro il serbatoio della moto e l’emorragia interna che ne è conseguita gli è stata fatale. A nulla sono valsi i soccorsi prontamente prestati da un gruppo di motociclisti che aveva raggiunto il luogo dell’incidente, perché De Fazio ha esalato il suo ultimo respiro sull’asfalto, prima dell’arrivo dell’ambulanza e dell’elicottero del 118, allertati dai soccorritori.

Negli stessi attimi in cui si tentava di rianimare il militare, un passante riprendeva la scena con il suo telefonino. Filmava tutto, fino all’ultimo respiro di De Fazio, postando poi il video su Facebook che però, nelle ore successive, è stato rimosso. E mentre in America infuriano le proteste e si susseguono giorni di rivolte accese e Case Bianche spente, mentre sembra che in quelle strade nulla si sia mai mosso dagli anni ’60 e dai tempi in cui Rosa Parks e Martin Luther King rivendicavano pari diritti tra bianchi e neri, una differenza tra i due scenari c’è. Nel primo, George Floyd muore asfissiato a causa del ginocchio dell’agente Derek Chauvin premuto sul suo collo (Chauvin era stato denunciato già 18 volte per atteggiamenti violenti nel corso della sua carriera) e una telecamera riprende il suo implorante “non respiro, per favore, non respiro”, finché non diventa un singulto sempre più flebile: Floyd non viene soccorso e il poliziotto lo lascia morire sotto il proprio peso; nel secondo, Ottavio De Fazio riceve un soccorso rapido e tempestivo, seppure non sufficiente, eppure la sua morte diventa un tragico cortometraggio da diffondere su Facebook. Gli ultimi attimi di vita di un uomo, quelli nei confronti dei quali è d’obbligo il massimo rispetto, divenuti una parentesi di fama (o forse fame?) da social, una morte ripresa per cosa? Puro voyeurismo? Likes facili? Volontà di apparire?

Possedere ogni cosa ci ha messo nelle condizioni di non avere rispetto di nulla; poter pubblicare tutto ci ha resi incapaci di distinguere il lecito dal non lecito. Abbiamo disimparato l’amore, il soccorso e il rispetto sostituendoli con la vanagloria delle visualizzazioni, come i doni dei Re Magi che di colpo cambiano a Natale, dopo secoli di consolidata abitudine alla loro preziosità. Il resoconto video della morte di George Floyd diventa così strumento di verità e di inconfutabile colpevolezza, motivo di rivolta, un reclamo di vergogna che nel 2020 tristemente ci troviamo ancora a replicare. Si trasforma in un manifesto di rabbia e indignazione, ritratto fedele della società malata, incompleta e dai valori precari che abbiamo edificato.

Gli ultimi istanti di vita di Ottavio De Fazio non possiedono alcun valore informativo, se non quello di ricordarci che male e banalità, come già suggeriva Hannah Arendt, sono due concetti fin troppo assimilabili: in America vige la banalità del male, in Italia il male della banalità. Di fronte a tanta, spiccata – eppur sottile – somiglianza, “Oltreoceano” non sembra più un posto così lontano.

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