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Con me c’erano alcuni colleghi della redazione di Catanzaro del Quotidiano. Gli altri, compreso il fotografo, li avrei trovati lì. Non immaginavo ancora cosa sarebbe stata quella notte. Quindici anni fa: 25 settembre 2004. Sandra Cesarale per il Corriere della Sera scrive: «Vasco Rossi, l’urlo e la pioggia. Ieri sera a Germaneto, a pochi chilometri da Catanzaro, sono arrivati in 400 mila (gli organizzatori ne prevedevano 300 mila, la Questura ne ha contati 100 mila in più) per la maratona rock gratuita che si è conclusa con il concerto del “profeta” di Zocca, accolto con un’ovazione appena salito sul palco». In molti quella notte e anche dopo pensarono: «Caspita ma questa è la “Woodstock del Sud”!».

Vasco la ribattezzò “Vascstock”. Il sole stava quasi per tramontare quando arrivai sulla strada che portava al raduno, la stessa che dal mare porta al centro della città. Gli accessi ai campi erano stati presi d’assalto dalle auto già parcheggiate. “Vita spericolata” , Albachiara” , “Gli spari sopra”… erano questi i nomi dati a quelle aree di sosta, trenta aree in totale fino ad arrivare alle colline.

A seconda di quale parcheggio si era riusciti a guadagnare, c’era da percorrere alcuni chilometri per raggiungere l’area del concerto. Faceva caldo e la pioggia sembrava davvero l’ultima cosa che potesse arrivare in quel posto che fino a qualche giorno prima era solo colline, prato, un distributore di benzina o poco più. Si era deciso di “uscire” con uno speciale praticamente all’alba di quella stessa notte.

Tutta la redazione e quasi tutti i collaboratori erano chiamati alla armi. Camminavo tenendo in mano il mio taccuino e la penna… In borsa ne avevo altri di riserva e un telefonino che al tempo non faceva foto e non era social. A me era stato assegnato di scrivere il pezzo di chiusura sull’evento che da lì a qualche ora si sarebbe tenuto. Tradotto: dettare entro la mezzanotte e mezza massimo quel che era accaduto. Il tempo era poco e l’evento non era facile da gestire e nemmeno da raccontare.

Camminavo ripensando a quel brevissimo scambio di sguardi tra me e il Blasco durante il telegrafico incontro con la stampa all’arrivo del rocker. Un attimo e un sorriso come a dirmi: vedrai che ce la fai a far tutto! Ma lo sguardo azzurrissimo sotto la visiera del suo solito cappello sghembo, non mi aveva affatto tranquillizzato. Via via che mi avvicinavo all’area del concerto mi si parava davanti uno spettacolo ancora prima dell’inizio dello spettacolo.

Le colline sembrava non ci fossero più: sui declivi e giù fino al pratone e sotto il palco c’erano “solo” occhi, braccia, sorrisi, mani.. Era come entrare dentro l’ingranaggio di un grande orologio, un ticchettio amplificato per quattrocentomila cuori. Gli sguardi sopra le colline erano tutti nella stessa direzione: il palcoscenico. Vasco arrivò in elicottero come quegli uccelli liberi di volare e di planare. E fu un delirio di musica, di storie, di sguardi, di sorrisi, di lacrime e di pioggia. Perché la pioggia arrivò, altroché se arrivò! Tanta pioggia proprio come era accaduto a Woodstock.

Al lato del palco, scrivevo su quel mio taccuino sbilenco ma pioveva così tanto che l’inchiostro scoloriva e le parole sembravano sparire una dietro l’altra sotto i miei occhi. Ripararsi dalla pioggia era decisamente poco rock: chi provava ad aprire l’ombrello veniva subito invitato a chiuderlo per non coprire la visuale. Bisognava bagnarsi, cantare, urlare, ballare. Seguire Vasco.

Anche con un taccuino in mano che in realtà fradicio com’era non servì quasi a nulla. Due ore e oltre di canzoni: Un senso, Bollicine, Vivere, Sally… Vasco chiuse con un’Albachiara memorabile ma prima, prima cantò Canzone dedicata al suo indimenticabile amico e chitarrista Massimo Riva. «Pronto, pronto… Vi detto il pezzo!». Lo improvvisai al telefono con la redazione. Poi, via di nuovo sulla strada con l’acqua che aveva trasformato in fango i bordi e il manto.

Dopo quel bagno di folla, si racconta che Vasco restò in vacanza per altri tre giorni in un albergo di Montepaone sullo Jonio catanzarese, girando per strada tranquillamente, tra richieste di autografi e strette di mano. E quel contrasto, tra palco e sottopalco, mi sembra racconti bene le due anime di Vasco: la dolcezza del suo sorriso e l’inquietudine nel suo sguardo sotto la visiera del cappello.