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“Mi piacerebbe che la nuova normalità fosse uguale a quella di sempre, che non sia cioè nuova, perché non sono uno a cui piacciono molto i cambiamenti”; “anche se mi piace pensare che ci sarà un mondo migliore o un po’ più corretto, secondo me sarà sempre peggio”; “vorrei migliorare tante cose nel mondo di domani, ma per pretendere qualcosa dagli altri bisogna iniziare a migliorare sé stessi; vorrei essere più responsabile, più attento”.

Sono alcune delle frasi che hanno scritto, durante la prima settimana di cosiddetta fase due, gli studenti di Beatrice Viola, autrice del libro Avventure tragicomiche di una supplente uscito nel 2018 per HarperCollins, storica casa editrice che ha scoperto il gustoso testo, apparso un anno prima in autopubblicazione con il titolo La Supplente.

Raccogliendo gli articoli sparsi sul suo blog, Dicebeatrice (che nell’edizione di HarperCollins è diventata Beatrice Viola) ha dato forma ad un libro dove racconta le sue esperienze di insegnante che riceve sempre i “complimenti per il suo curriculum” assieme all’inevitabile: “ma lei non è adatta a questo posto”; dalla prima avventura con gli aspiranti meccanici a quella in un istituto professionale maschile e multietnico, inframmezzate dalla scoperta delle medie e poi degli aspiranti ragionieri. Un cammino di crescita, di continuo confronto con gli alunni che, dietro la facciata di mostri maleducati, insonnoliti, esagitati, apatici, superficiali, celano aspetti sorprendenti che ricompensano di tante arrabbiature, fatiche, disperazioni.

È un libro polifonico, che dà letteralmente voce ai protagonisti, riportando in discorso diretto e senza mediazione le parole degli alunni: “non mi sono messa in atteggiamento giudicante, ma di ascolto”, spiega l’autrice. Ascolto che ha mantenuto al tempo del Coronavirus. Poco dopo la chiusura delle scuole e prima dell’organizzazione delle lezioni on line, Viola ha deciso di non perdere i contatti con i suoi studenti di un istituto tecnico cittadino dove ha l’incarico annuale, perché lei è ancora “La Supplente”. Ma nel frattempo, per quest’inedito anno scolastico è la “profe”, come si dice a Brescia, forse un po’ anomala (o forse no) per la passione e l’interesse che mette nelle relazioni e nell’attenzione alla realtà giovanile. È figlia di questa attitudine osservatrice e accogliente, la sua idea di mantenere i rapporti con i suoi alunni, in modo informale tramite e-mail. “Ho chiesto loro, tra gli altri compiti diciamo istituzionali, di spedirmi mail private una volta a settimana e loro hanno risposto con entusiasmo – racconta – ho ricevuto pensieri molto carini. Dopo la prima volta ho iniziato a dare degli spunti, domandando per esempio a cosa dovevano rinunciare, se trovavano almeno un aspetto positivo in questa situazione, se hanno paura, cosa sarà la prima cosa che faranno quando finirà”.

Viola ha deciso di pubblicare alcune risposte sulla pagina Facebook dicebeatrice, dove è possibile seguire l’evoluzione degli umori dei ragazzi, dai primi giorni lieti per l’inattesa vacanza, alle difficoltà e alle preoccupazioni che presto hanno sostituito la contentezza iniziale, facendo anche sentire la mancanza della scuola: “Anche se non credevo che lo avrei mai detto, non vedo l’ora che ricominci la scuola”, si legge in un post del 26 marzo, preceduto il 12 marzo da “all’inizio credevo che stare a casa sarebbe stato bello, ma invece sto morendo di una noia colossale, quasi come poesia nella prima ora di lunedì”, o il 16 marzo da “all’inizio credevo che questa pausa fosse una specie di vacanza ma poi rendendomi conto di non poter uscire con i miei amici e praticare i miei sport preferiti ho cambiato idea”. La mancanza dello sport e degli amici è stata una sofferenza ricorrente fino al 2 maggio: “oltre ad aver rinunciato ad uscire con i miei amici, ho rinunciato anche alla mia più grande passione ovvero il basket”; “il calcio è una delle cose che mi manca di più in questa quarantena. Il calcio per me è tutto”.

Pesante anche la presenza continuativa della famiglia poiché, informa Viola, “alcuni di loro abitano in case piccole, i genitori diventano sempre più nervosi e dividere continuamente spazi non è semplice”. La scoperta dello stare in famiglia da qualcuno è stata accolta con favore: “questo periodo mi ha cambiato molto, tutto grazie ai miei fratelli che cercavano sempre di parlarmi in qualche modo. A quel punto ho capito che la morte poteva essere anche molto vicina a noi e che dovevamo affrontare questa situazione insieme”. Da altri invece meno: “è veramente straziante: avendo i genitori separati sono costretto a passarla da mio padre e sua moglie, anche se non ci sto tanto volentieri. Mia mamma, lavorando in ospedale, preferisce mettere in primo piano la mia sicurezza, nonostante mi vorrebbe vedere al suo ritorno a casa dopo l’inferno vissuto al lavoro”.

Alla viglia dell’inizio della ripartenza la docente decide di presentare “ufficialmente” i suoi alunni, annunciando in Facebook: “Oggi, Primo maggio, mi è venuta voglia di raccontarvi del mio lavoro così cambiato negli ultimi due mesi. Per farlo, vorrei presentarvi i miei studenti durante le video lezioni. Studenti che compiono gli anni chiusi nelle loro case, che vorrebbero abbracciare gli amici e baciare le ragazze, giocare a calcio o a basket, andare in bici o in moto… Ma non possono. Possono (potrebbero?), però, continuare a studiare. Certo, la campanella non suona più, ma loro, tutte le mattine e molti pomeriggi, dal lunedì al sabato, si siedono di fronte a uno schermo per un’altra giornata di scuola. Intanto fuori è primavera! Allora, siete pronti a conoscere i miei studenti ai tempi della didattica a distanza?”.

Sul www.dicebeatrice.it quindi compare uno spaccato degli adolescenti delle sue classi, che potrebbero rappresentare quelli di tutta città, se non addirittura di tutta la Lombardia in quarantena. “Innanzitutto, c’è quello con il pigiamino. Quello che, gli occhi due fessure, ha passato tutta la notte su Netflix. Quello che è online, ma non con noi: sulla PlayStation. Quello che sta tutto il tempo a testa in giù perché ha il cellulare in carica. Quello che entra, spegne la videocamera, disattiva il microfono e se ne va. Quello, insomma, che c’è ma non c’è. Quello che, per sfuggire alla famiglia chiassosa, va a far lezione sul balcone e allora è tutto un risuonare di uccelli canterini e sirene d’ambulanza. Quello che ti chiede se può andare in bagno e tu gli sorridi, come a dire: ‘Va be’, dai, non siamo in classe’; quello che va in bagno senza chiedere il permesso e allora ti arrabbi: Ma avete capito o no che siamo in classe? Quello che bestemmia, pensando di aver disattivato il microfono; quello che bestemmia, sapendo di non aver disattivato il microfono. Quello, quella, quelli che vorrebbero tornare in una scuola fatta di banchi e cattedre e campanelle. Ma non possono. Così stanno sempre lì, seduti di fronte a uno schermo”.

Dal 2 maggio la situazione è leggermente cambiata, ma non più di tanto: oltre alla possibilità di uscire è intervenuto anche l’inizio del Ramadan, che alcuni studenti di Viola osservano, quindi il 7 maggio si legge: “non penso proprio che le mie giornate possano modificarsi rispetto a prima. Io non voglio fare attività fisica perché sono in digiuno e non voglio affaticarmi più di tanto. Sicuramente, però, un giorno, che dovrò ancora decidere, andrò a fare una piccola passeggiata, che quella brezza che incontravo ogni giorno di mattina prima di andare a scuola mi manca”.

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