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Gustav Klimt, dettaglio da “Le tre età della donna” (1905)

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Ci sono madri totali, per cui la maternità assorbe l’intero senso dell’esistenza. Prendete Gea, la Madre Terra. Per la mitologia greca, la dea primordiale da cui tutto ebbe origine: gli elementi naturali, le divinità più famose, i mostri più spaventosi.

Secondo la Teogonia di Esiodo dopo il Caos (oscura confusione del tutto) sorse l’immortale Gaia (Gea, appunto). Da sola e senza congiungersi con nessuno Gaia generò Urano (il Cielo stellante e incombente), i Monti e il Ponto (il Mare). Esiodo si immagina il mondo intero contenuto nella Madre Terra. Unitasi a Urano Gaia generò i 12 Titani, i tre Ciclopi e i tre Centimani. Ma il Cielo impedì loro di venire alla luce, rinchiudendoli in un luogo infernale al centro della terra, il Tartaro. Urano comprime i figli di Gea nel suo stesso ventre. La Madre Terra geme: dare la vita è una necessità. Crono, il Tempo, il figlio più scaltro e più terribile, promise alla madre di sgravarla da tutto quel peso. Gea gli mise in mano una falce dentata e con quella lui evirò il padre. Allora dalla Madre Terra fuoriuscì finalmente il mondo e la sua storia.

Esistono madri che la maternità l’hanno solo sognata, come Didone. La primogenita di Belo, re di Tiro, si preparava a succedere al padre, quando il fratello Pigmalione ne contrastò l’ascesa uccidendone segretamente il marito Sicheo. Per evitare una guerra civile, Didone fuggì in Africa dove divenne la leggendaria fondatrice e prima regina di Cartagine. Nell’Eneide di Virgilio, è proprio lì, sulle coste libiche, che naufraga Enea in fuga da Troia. E Didone non seppe resistergli. Durante una battuta di caccia, i due sorpresi da un temporale si rifugiarono in una grotta e si abbandonarono all’amore. Ma la felicità non dura mai abbastanza. Apparve Mercurio a ricordare all’eroe troiano che il Fato aveva scritto per lui un’altra storia. Lo attendeva un nuovo viaggio.

Didone venne abbandonata. Si ritrovò vedova di un marito mai sposato e madre negata di quei figli che non aveva mai concepito, che almeno nell’amarezza della separazione avrebbero rappresentato per lei l’anelito d’una consolazione. Poco prima di trafiggersi con la spada che Enea le aveva donato, Didone si dispera: «Se un figlio, se almeno un figlio da te avessi avuto prima della tua fuga, se nelle stanze giocare un piccolo Enea mi vedessi, che pure avesse il tuo viso, non del tutto delusa, non tradita sarei».

Ci sono madri orgogliose e devote. Pensate a Cornelia, la matrona romana che ebbe dal marito Tiberio Sempronio Gracco ben 12 figli. Di questi, solo tre arrivarono alla maggiore età: Tiberio, Gaio e Sempronia. Dopo la morte di Gracco, Cornelia rifiutò di passare a nuove nozze, sebbene tra i pretendenti ci fosse persino il principe egiziano Tolomeo VIII Evergete, e si diede completamente all’educazione dei figli. Li fece istruire dai migliori maestri greci e li seguì nella carriera politica. È celebre l’aneddoto della matrona campana intenta a mostrare a Cornelia le sue preziose gemme. La madre dei Gracchi ascoltò la donna ostentare le sue ricchezze finché vide in lontananza giungere i suoi figli, solo allora esclamò: «Haec ornamenta mea», eccoli i miei gioielli. In vecchiaia era sempre circondata da amici e letterati e ossequiata da re. A tutti raccontava la vita e la condotta del padre, Scipione l’Africano, ed era ammirevole quando a chi glielo chiedeva raccontava le sventure e le imprese dei figli, ricordandoli senza lacrime.

Alcune madri usano i figli per placare la loro sete di grandezza. Agrippina, che fu la madre di Nerone, questo amore materno distorto lo pagò a caro prezzo. Un imperatore, Tiberio, le sterminò la famiglia e la costrinse a sposare un uomo molto più anziano che ella odiava. Dal matrimonio nacque il suo unico figlio. Finalmente Agrippina, grazie alla sua bellezza ipnotica e al suo carisma innato, riuscì a farsi scegliere come consorte dall’imperatore Claudio e si adoperò affinché quest’ultimo designasse proprio Nerone come suo erede. Nonostante il figlio non mostrasse la stoffa del comandante, Agrippina non rinunciò alla sua ambizione.

A 17 anni Nerone prese il potere e presto iniziarono gli screzi con la madre, che mal sopportava che il figlio facesse di testa propria preferendole altri consiglieri. I due si dichiararono guerra aperta e l’intera faccenda si risolse con il matricidio. L’assassinio fu peraltro difficile: Nerone fece affondare la barca sulla quale viaggiava la madre, ma ella si salvò. In mare, al suo posto, i complici del figlio affogarono a colpi di remi la schiava personale della donna. Agrippina non poté sfuggire la morte ancora a lungo. Dei sicari la raggiunsero nella sua villa e la uccisero con una mazza, mentre lei porgeva il grembo gridando al suo assassino: «Ventrem feri», colpisci il ventre. Quello che aveva generato il suo figlio maledetto.

Ci sono madri condannate al dolore più assurdo e innaturale: la perdita del proprio figlio. È con rispetto e commozione che ne “I Promessi Sposi” Alessandro Manzoni descrive la madre di Cecilia. La scena si palesa agli occhi di Renzo, appena entrato a Milano, sconvolta dalla peste: una giovane donna esce dalla porta di casa e si dirige verso il carro dei monatti portando in braccio il cadavere di una bambina di circa nove anni. Gli occhi della madre sono gonfi di lacrime. La piccola Cecilia sembra agghindata a festa, con un vestitino bianco lindo. La madre insiste con i monatti per poggiare essa stessa il cadavere della figlia sul carro e mettendo nelle mani di uno di loro del denaro si fa promettere che la bambina verrà sotterrata così com’è vestita, senza «levarle un filo d’intorno».

Un bacio, un velo a coprire il corpicino e le ultime parole d’addio: «Riposa in pace, Cecilia. Stasera verremo anche noi, per restare sempre insieme». Poi di nuovo la donna si rivolge al monatto per ricordargli che a sera dovrà passare ancora in quella casa a raccogliere il suo cadavere e quello dell’altra sua figlia. E rientra. E sparisce. «E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersela accanto per morire insieme? Come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato».

Esistono madri come salvagenti che restano a galla nelle tempeste. Che diventano appigli a cui aggrapparsi. Che resistono. Che sfiancate dalla vita, sanno rialzarsi e andare avanti. Come Maruzza de “I Malavoglia” di Giovanni Verga. Maruzza è dolce e materna. La Longa, come la chiamano per via della sua bassa statura, si prende cura del marito e lo piange dopo la sua morte. Ama i suoi figli, si preoccupa per loro e pur non condividendone le scelte si sforza di accettarle. Come quando Ntoni decide di andarsene dalla famiglia per seguire la sua strada. Come quando è felice per il matrimonio di sua figlia Mena con Brasi, ma si accorge che la sua gioia è inutile poiché sua figlia è disperata perché ama un altro. Maruzza è una madre che fa ciò che va fatto anche quando non riesce a immaginare niente di più difficile. Come vendere la casa del nespolo per ripagare il debito dei lupini. Il male che l’affanna e la invecchia, non le ruba calore. Non le offusca la consapevolezza del ruolo e dei suoi limiti.

Ci sono madri soltanto immaginate. Che i figli non hanno mai potuto conoscere. Come una voragine d’amore incolmabile. Come la madre di Arturo ne “L’Isola di Arturo” di Elsa Morante. Al giovane protagonista non resta che figurarsela, quella madre morta nel darlo alla luce, che ha visto sbiadita nella fotografia che ha tra le mani: «Mia madre non era altro che una femminella analfabeta, ma più che una sovrana per me. Figurina stinta, mediocre e quasi larvale, ma adorazione fantastica di tutta la mia fanciullezza».

«Talvolta – racconta ancora il ragazzo – durante le sere, quando mi ritrovavo solo tra i muri di una stanza e incominciavo a rimpiangerla, per me madre significava precisamente: carezze”.

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