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Tempo di lettura 5 Minuti

Eppure è primavera: la stagione in cui Proserpina lascia l’Ade ed esce a riveder le stelle. È primavera, ma è una primavera strana questa. Una primavera lunare, sghemba, dove le luci sembrano ombre e tra le ombre cerchiamo i bagliori della rinascita. Persino lo splendore del risveglio della Natura sembra rinviato a data da destinarsi. Non la speranza che, invece, deve albergare sempre nel cuore della terra. Un cuore che batte forte. Il ritmo lo puoi ascoltare anche in questa Italia assediata dal virus.

Così il Canto notturno del pastore errante dell’Asia di leopardiana memoria ti appare come l’ouverture che annuncia l’entrata in scena della “voce” della musica che non muore. Il sipario della memoria di ciò che abbiamo visto e ascoltato si alza virtualmente anche quando i teatri, le sale da concerto, gli auditorium sono chiusi.

Eppoi, a primavera, l’amore fa fiorire e ci piace pensare che le Muse – le nove sorelle custodi della cultura e delle arti, figlie di Zeus e Mnemosine – ci prendano per mano nei giorni e nelle notti dello smarrimento. Allora quasi per gioco con gli spartiti di una immaginifica Opera di primavera proviamo a riascoltare ciò che abbiamo già ascoltato nei giorni luminosi.

Se apriamo il forziere della Classica, ad esempio, finiamo dritti dritti a ricordare quel genio indiscusso di Johann Sebastian Bach. Il padre del clavicembalo ben temperato, nacque proprio nel giorno di primavera: il 21 marzo del 1685 a Eisenach, in Germania. C’è chi dirà: ma Bach non era nato il 31 di marzo? Il motivo è presto detto: all’epoca nelle regioni tedesche governate da principi protestanti come la Turingia si usava ancora il calendario giuliano e non quello gregoriano, dunque in base a quest’ultimo Johann Sebastian risulta in realtà essere nato il 21 e non il 31 marzo.

Del resto, il doodle (in inglese scarabocchio, ovvero il logo di Google in versioni speciali per commemorare e ricordare qualcosa) il 21 marzo dello scorso anno celebrò degnamente il compositore. Come qualcuno ricorderà, infatti, quel doodle basato sull’intelligenza artificiale si trasformò per molti in una messa alla prova affascinante e divertente. In rete si incoraggiava a comporre una melodia a scelta, semplicemente premendo con il mouse in più punti sul pentagramma. Il doodle a questo punto utilizzava l’apprendimento automatico per armonizzare la melodia personalizzata nello stile musicale di Bach. Come dire: a ciascuno il suo spartito e senza prendersi troppo sul serio coltivando la segretissima speranza di immaginarsi per un attimo “cloni” di Bach.

Così il 21 marzo, si celebra l’inizio della primavera ma anche il compleanno del compositore e per questa ragione è anche il Giorno Europeo della Musica Antica (The European Day of Early Music). Lo scopo? Accendere i riflettori sulla musica del Medioevo, del Rinascimento e del Barocco.

A proposito di Barocco, non si possono non ricordare Le Quattro stagioni del prete rosso come veniva chiamato il veneziano Antonio Vivaldi e di queste, naturalmente La primavera. Le Quattro stagioni, sono i primi quattro dei dodici concerti che costituiscono l’opera Il cimento dell’armonia e dell’inventione, che Vivaldi scrisse tra il 1723 e il 1725. La raccolta fu stampata dalle officine tipografiche dell’editore Michel-Charles Le Cène ad Amsterdam ed è accompagnata dalla dedica al conte boemo Wenzel von Morzin.

Il ciclo si apre proprio con La primavera: concerto n. 1 in mi maggiore RV 269 per violino, archi e basso continuo. La primavera sonora di Vivaldi si dipana lungo tre movimenti a descrivere con le note altrettanti quadri della stagione: il canto degli uccelli, il riposo del pastore con il suo cane e la danza pastorale. Il violino solista, per suo conto, rappresenta un pastore addormentato, le viole, il latrato del suo fedele cane, mentre i restanti violini il frusciare delle foglie. Il sonetto che l’accompagna recita: “Giunt’è la Primavera e festosetti la salutan gl’augei con lieto canto, e i fonti allo spirar de’ Zeffiretti con dolce mormorio scorrono intanto: vengon coprendo l’aer di nero manto e lampi, e tuoni ad annuntiarla eletti indi tacendo questi, gl’augelletti tornan di nuovo al loro canoro incanto: e quindi sul fiorito ameno prato al caro mormorio di fronde e piante dorme ‘I caprar col fido can a lato. Di pastoral zampogna al suon festante danzan ninfe e pastor nel tetto amato di primavera all’apparir brillante”.

Lasciamo Vivaldi. Nel comporre il nostro spartito come dimenticare ecco La sagra della Primavera (titolo originale francese Le Sacre du printemps): balletto con musica del compositore russo Igor Fëdorovic Stravinskij. L’opera fu scritta fra il 1911 e il 1913 ed è lo stesso compositore nelle sue Cronache della mia vita (Feltrinelli, 2013) a raccontarne la genesi: “Un giorno – in modo assolutamente inatteso, perché il mio spirito era occupato allora in cose del tutto differenti – intravidi nella mia immaginazione lo spettacolo di un grande rito sacro pagano: i vecchi saggi, seduti in cerchio, che osservano la danza fino alla morte di una giovinetta che essi sacrificano per rendersi propizio il dio della primavera. Fu il tema del Sacre du Printemps […]”.

Uno spartiacque compositivo concepito in due parti (L’adorazione della Terra e Il sacrificio). Un capolavoro che, nonostante la complessità avanguardistica e l’arditezza di scrittura, ha trovato spazio anche in Fantasia il celebre film d’animazione del 1940 di Walt Disney. E non è un caso se, a proposito della Sagra della Primavera, il compositore francese Claude Debussy scrisse a Stravinsky: “[…] Ho sempre impresso nella memoria il ricordo di quando, a casa di Laloy, suonammo la vostra Sagra della Primavera…Mi ossessiona come un magnifico incubo e cerco, invano, di rievocare quell’impressione terrificante”.

A leggerle ora queste parole ti vien da pensare che anche la Primavera se tarda ad arrivare può diventare un incubo in abito verde. Poi scacci i pensieri più scuri e ti metti nuovamente all’ascolto del cuore della Terra. In quel preciso istante inizia lo spettacolo: è l’amore che fa fiorire! Fateci caso, accade anche su un balcone di città mentre da lontano ti arriva il riverbero di un assolo di tromba, il vibrato di un violino, il suono di un pianoforte a squarciare la notte.

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