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Rocco Scotellaro

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Nell’immediato dopoguerra si diffuse in tutto il Sud Italia un grande movimento per l’occupazione delle terre incolte, ancora in mano ai latifondisti. I contadini, esasperati dalla condizione di arretratezza e sudditanza, rivendicarono con forza il diritto di lavorare la propria terra. Oggi invece i campi sono semi deserti, pochi hanno voglia di raccogliere frutta e verdura ogni giorno.

Quei pochi provengono dall’Africa, guadagnano 2 euro all’ora e non hanno il permesso di soggiorno. Aboubakar Soumahoro, sindacalista italo-ivoriano dei lavoratori agricoli dell’Usb, dichiara forte: «Non vanno regolarizzate le braccia, ma gli esseri umani». Un monito che attraversa la storia di generazioni e popolazioni diverse, unite tuttavia dai flussi di sangue che irrorano sterminati appezzamenti.

Nel 1948 a Montescaglioso, durante l’assalto al latifondo materano, avvenne la tragica morte del bracciante Giuseppe Novello, ucciso da una raffica di mitra dei carabinieri. Rocco Scotellaro (Tricarico, 1923 – Portici, 1953), poeta e sindaco di Tricarico, anima socialista e primo intellettuale di estrazione contadina, sigillò in una delle sue poesie il momento del dramma: «È caduto Novello sulla strada dell’alba / a quel punto si domina la campagna / a quell’ora si è padroni del tempo che viene / il mondo è vicino da Chicago a qui / sulla montagna scagliosa che pare una prua / una vecchi prua emersa / che ha lungamente sfaldato le onde […]».

Versi che non hanno scadenze, che non vengono corrosi dal tempo, versi che valgono anche per Paola Clemente, bracciante di San Giorgio Jonico deceduta in un vigneto di Andria, e per Soumaila Sacko, bracciante ventinovenne del Mali, nel 2018 fulminato da una fucilata a San Ferdinando, in Calabria. Parte del racconto del Sud della metà del Novecento è raccolto attorno alla figura di Scotellaro, riferimento di una fame di libertà non esente dalla retorica e dalla santificazione meridionalista.

Figlio di un ciabattino e di una sarta che scriveva lettere per i migranti, frequentò le scuole elementari nella sua città natale. Conseguita la maturità a Trento nel 1942, si iscrisse poi alla facoltà di giurisprudenza all’università di Napoli senza conseguire il titolo. La morte del padre fu il motivo decisivo per il quale dovette tornare nel proprio paese lucano. Lesse i grandi russi, Rimbaud, Stevenson, si affacciò a Marx e all’esistenzialismo di Sartre, si nutrì inizialmente dell’ermetismo del suo conterraneo Sinisgalli.

Nel 1943 si iscrisse al partito socialista, da giovanissimo entrò a far parte del Comitato di Liberazione, svolse attività intense sul piano sindacale e partecipò attivamente alle occupazioni delle terre, strinse contatti con personaggi politici e culturali del calibro di Manlio Rossi Doria, di Enzo Pignatari e di Carlo Levi, l’autore del celebre “Cristo si è fermato ad Eboli”, al quale fu legato ideologicamente. Nel 1946 Scotellaro fu eletto sindaco alle amministrazioni comunali, con l’obiettivo di smuovere l’immobilismo secolare di un Sud stretto dalle maglie della povertà. Simbolo di rinascita popolare e di democrazia partecipata, contribuì alla realizzazione di un ospedale e di un edificio scolastico. A causa di una vendetta politica, nel 1950 Scotellaro fu arrestato per un presunto delitto di concussione, scontò ingiustamente due mesi di carcere, venne poi assolto visto che il fatto non sussisteva.

Nel maggio dello stesso anno, inorridito dalle torbide vicende politiche, si dimise dalla carica di sindaco, preferì impegnarsi nell’attività di studioso, indagando a fondo gli elementi complessi del mondo contadino presso l’Osservatorio di economia agraria di Portici, sotto la direzione del sociologo Manlio Rossi Doria. Nel 1953 la sua vita si spense troppo presto, a trent’anni, stroncato da un infarto.

Durante la sua esistenza non vide alla luce né la sua inchiesta incompleta sul mondo contadino commissionata da Laterza con il titolo Contadini del Sud L’uva puttanella, il prezioso memoriale autobiografico scritto in carcere, e neppure una sola raccolta poetica. Il primo volume intitolato È fatto giorno (Mondadori) fu pubblicato postumo un anno dopo la sua scomparsa e vinse il prestigioso Premio Viareggio. Lo scorso novembre Mondadori ha pubblicato l’ampio volume Tutte le opere di Scotellaro che comprende l’intera produzione poetica (1940-1953). Far riemergere l’intero sistema narrativo e poetico di Scotellaro non è solo un atto di memoria, ma anche di consapevolezza per tutto il Mezzogiorno. È bene ricordare che la poesia popolare può scuotere le coscienze e può animare la collettività.

La poesia di Scotellaro diede voce a chi aveva sempre taciuto, possedeva uno sguardo normale, senza compromessi, come con Cosimo, il contadino che dava un nome e cognome alle sue bufale: «Ho avuto la cartolina nel bosco, / devo partire soldato, sta zitta / Serafina! e tu e tu Senzamosca / tirati dalla rupe che ti scianchi! […]». Un affresco pastorale tutto autentico e in superficie. Il poeta di Tricarico così presentava il bufalaio: «Cosimo che non sa leggere e scrivere recita il poema con dolcissima cantilena tante volte al giorno, quando chiama all’alba le bufale a una a una per mungerle e quando al pascolo le richiama se scantonano fuori le staccionate nei parchi degli altri e sulla via». La coralità dei versi di Scotellaro lo lega agli antichi canti popolari, la sua visione del mondo rispecchia una tradizione che colora il grano d’oro lucente, che spreme con passione l’acino dalla buccia rubina. Egli è testimone e al tempo stesso partecipe di una lotta continua, operai e contadini cantano sotto lo stesso cielo la propria disperazione, che è solo l’anticamera della salvezza: «Non gridatemi più dentro / non soffiatemi in cuore / i vostri fiati contadini. // Beviamoci insieme una tazza colma di vino / che all’ilare tempo della sera / s’acquieti il nostro vento disperato. // Spuntano ai pali ancora / le teste dei briganti, e la caverna – / l’oasi verde della triste speranza – / lindo conserva un guanciale di pietra… // Ma nei sentieri non si torna indietro. // Altre ali fuggiranno / dalle paglie della cova, / perché lungo il perire dei tempi / l’alba è nuova, è nuova».

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