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L’uomo forte dell’Ungheria, Viktor Orban: ha appena ottenuto i pieni poteri dal parlamento magiaro

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ECCOCI ancora una volta a parlare di Europa, non quella che vorremmo, un’Europa tanto forte da essere lungimirante ed in grado di essere di riferimento a livello mondiale, perché capace di superare i propri limiti interni dati da quei sovranismi di seconda mano che la condannano all’irrilevanza sulla scena globale.

No, dobbiamo tornare a occuparci di un’Europa che non è in grado di decidere un’azione comune neppure di fronte alla più grande e pericolosa crisi che l’abbia colpita fin dalle sue origini, origini che – ricordiamolo – derivano dalla Seconda Guerra Mondiale, che fu l’estremo frutto avvelenato proprio dei nazionalismi europei. Ieri un ennesimo professore della Bocconi ci ha spiegato benignamente, su un importante giornale liberal, che i coronavirus sono illusioni, dato che il “realismo” impone di vedere come i saggi Stati del Nord non accetteranno mai di offrire garanzie agli inaffidabili popoli del Sud, e quindi meglio che ognuno faccia per se’, anche sforando ogni vincolo di bilancio, o meglio generando spesa pubblica nei limiti delle proprie capacità; quindi l’Italia si rassegni a far da sola, mettendo a disposizione quel poco che è in grado di grattare di qua e di là. In altre parole il “realismo” ci dovrebbe segnalare che l’Europa non esiste, perché altro non è che un condominio di Stati nazionali sovrani, che come tali non hanno alcun obbligo di “solidarietà ” – parola del resto proibita nel lessico bocconiano – nei confronti di un destino comune che per altro non viene riconosciuto.

È questo del resto il “realismo” che porta oggi l’Europa a dichiarare che il dramma dei migranti riguarda solo i paesi in cui quei disperati approdano, che porta l’Europa a ritenersi incompetente di fronte alla tragedia delle guerre alle porte – dalla Siria alla Libia – e che si rende indifferente di fronte alla progressiva decadenza dei principi democratici all’interno dei propri confini, come nell’Ungheria di oggi, ritenendoli materie proprie degli Stati nazionali. Il potente richiamo di Draghi, così come le balbettanti parole di Frau Von der Leyen ed infine le astiose dichiarazioni del ministro olandese di turno sono espressioni di un’Europa che non ha ancora deciso cosa vuole essere, se un’Unione Di Stati legati da un comune destino oppure una Confederazione di Stati indipendenti fra loro e come tali ben abbarbicati alle proprie competenze, a partire da quelle fiscali, per le quali l’Olanda ad esempio può offrire una tassazione sulle società così bassa da spiazzare chiunque altro.

Se i rigoristi ritengono che l’emissione di titoli da parte di un’istituzione europea – e quindi garantiti dall’Unione – non può funzionare per finanziare interventi di singoli Stati potenzialmente inadempienti, allora usiamoli per finanziare beni comuni, cioè infrastrutture il cui funzionamento vada ad operare nell’interesse di tutti. Il coronavirus ci ha dimostrato che una falla nel sistema sanitario di un paese può trasformarsi nella diffusione del contagio in tutto il continente, e quindi usiamo i coronabond per ristrutturare l’intero sistema sanitario europeo; egualmente si deve dire per l’attivazione di una rete di controllo dell’inquinamento dell’aria, come sta dimostrando la nube di polveri sottili in arrivo dal Mar Caspio, che non guarda certo ai confini nazionali per diffondersi.

E perché no, anche il rilancio dell’economia europea nel suo insieme potrebbe essere visto come un bene comune, dato che difficilmente l’Olanda, o la stessa Germania possono pensare di uscire da sole ed indenni da questa devastazione globale. In verità stiamo vivendo tempi così duri, che occorre andare aldilà della realtà attuale, per non abbandonarsi all’idea di un’Europa imbelle di fronte alla pandemia ed ai nuovi autoritarismi.

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