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La rincorsa al grido “prima gli italiani” si è conclusa con successo

Il vero test è l’autonomia differenziata, Adesso va tolta dal tavolo

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Matteo Salvini
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La rincorsa di Matteo Salvini al grido “prima gli italiani” si è conclusa con successo. La Lega moribonda di 5 anni fa ha incassato un dividendo politico da capogiro. Il 34% di consensi alle europee danno a Salvini le chiavi dell’esecutivo e la cabina di regia nel fissare priorità e opzioni. 

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Il leader della Lega ora deve dimostrare che “prima gli italiani” non è un semplice e felice slogan da propaganda per alimentare consenso elettorale, ma un effettivo nuovo corso della politica per far ripartire un Paese che ristagna.

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Il vero test si chiama autonomia differenziata. Salvini sarà credibile se come primo atto toglierà dal tavolo il dossier dell’autonomia regionale in chiave differenziata. Così com’è concepita è una secessione a spese del Mezzogiorno, invece che una riforma per esaltare le peculiarità regionali e farne una leva di competitività ed efficienza del sistema paese. In un silenzio assordante il regionalismo a geometria variabile ha prodotto un trasferimento di risorse verso le aree ricche del Nord.

 LO SCIPPO

Al Mezzogiorno vengono sottratti 61 miliardi l’anno di risorse pubbliche. In un pezzo della classe politica nazionale e regionale si è affermata la convinzione che sia più efficace promuovere la competitività delle aree più forti del Paese invece che puntare a  rilanciare l’intera economia nazionale, anche calpestando i principi costituzionali d’uguaglianza tra tutti i cittadini della Penisola. La realtà invece mostra in modo inequivocabile che una ripartenza dell’Italia senza il Mezzogiorno è semplicemente impossibile. Lo dicono i numeri.

Salvini, piuttosto, deve focalizzare le energie sull’accelerazione dei cantieri, sulla realizzazione degli investimenti in infrastrutture materiali e immateriali partendo proprio da una scossa verso le regioni del Mezzogiorno, per colmare il crescente gap tra le due aree del Paese.

L’autunno rischia di essere molto caldo per l’economia italiana e i conti pubblici. Investimenti pubblici e ossigeno alle imprese e lavoratori tagliando il peso del fisco rappresentano una strada ineludibile per far ripartire il Paese. Ma serve un piano credibile, coraggioso e praticabile.

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Non si tratta di sfidare le istituzioni europee in un braccio di ferro di cui abbiamo già visto in autunno i potenziali gravi rischi. L’Italia deve convincere i mercati, gli investitori che acquistano il nostro immenso debito pubblico. Lo spread sui tassi di interessi è già a livelli di guardia. Un ulteriore peggioramento del differenziale avrebbe ripercussioni pesantissime sulla finanza pubblica e sull’economia reale.

LA PROPOSTA CAPALDO

Per questo la proposta lanciata dalle pagine di questo giornale dal prof. Pellegrino Capaldo di definire un piano triennale con le istituzioni comunitarie dovrebbe essere la via maestra, sottoscritta anche dal presidente di Confindustria Vincenzo Boccia la settimana scorsa.

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La prossima legge di bilancio parte da quasi 25 miliardi di euro solo per evitare aumenti dell’Iva. Per rispettare  il patto di stabilità e crescita ne serviranno circa 35.

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Sarebbe una manovra ad alto impatto recessivo, insostenibile per il Paese. E’ ora di tornare a programmare il futuro tenendo insieme l’Italia. E’ la vera fase due del governo.

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