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Salvini frettoloso Don Chisciotte contro il "Principio di Realtà"
Il Capitano invoca “pieni poteri” ma deve fare i conti con Ue, Costituzione e italiani che non vogliono l’Italexit

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MAtteo Salvini
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Lo spread BTp/Bund è schizzato in alto, ed è triplo rispetto ai livelli di Spagna e Portogallo. Dietro il tecnicismo di queste cifre c’è il racconto di un’avventura che terminerà male per chi le ha dato l’abbrivio. Quale può essere, infatti, l’approdo di Salvini? Buttare giù un governo e avviarsi a nuove elezioni per farsi dare un mandato – anzi, come ha detto, «pieni poteri» –  per governare «senza palle al piede»? Cosa vuol dire esattamente?

 Per chi ha seguito le truculente esternazioni del Capitano – tipo «dell’Europa me ne frego», o «sforare il 3 per cento non solo si può, ma si deve»... – il solo e ultimo sbocco dei “pieni poteri” non può che essere un “Italexit”, dalla Ue e dall’euro.

LO SCONTRO

 Non c’è altro modo di ottenere la flat-tax, lo stimolo fiscale “all’americana” caro a Salvini, se non quello di ripudiare platealmente le famose regole di bilancio europee. Bisogna notare, tuttavia, che Salvini non ha mai detto «dei mercati me ne frego». 

Non lo ha mai detto o per ignoranza del potere dei mercati, oppure perché è più facile, per catturare gli elettori, additare lo spaventapasseri concreto di Bruxelles e delle regole, piuttosto che il concetto astratto dei mercati. I quali, però, nascondono dietro la schiena un randello molto più nodoso di quello che possono maneggiare le istituzioni europee. L’errore fatale di Salvini è quello di pensare che l’Italia, schiava del debito, possa riacquistare sovranità piena nella propria politica economica.

Salvini, insomma, è destinato a scontrarsi con quello che gli psicologhi chiamano il “principio di realtà”. Un principio che presidia fortemente un palcoscenico su cui si muovono diversi attori. Passiamoli in rassegna.

I NODI

I mercati. Agli investitori e ai risparmiatori interni e internazionali viene chiesto ogni mese di rinnovare i titoli del debito pubblico, che scadono al ritmo di centinaia di miliardi di euro ogni anno. E i mercati, come è noto, hanno cuore di coniglio e zampe di lepre.

Le istituzioni europee. Qui Salvini, che alle elezioni europee ha vinto la battaglia in Italia e perso la guerra in Europa, non è messo bene. Le truci previsioni di una classe dirigente europea spazzata via dall’ondata sovranista non si sono avverate, e l’Europa è presidiata dalla stessa maggioranza di prima. Perfino gli amici sovranisti di Matteo Salvini in Europa dell’Est non sono solidali con lui per quanto riguarda le regole di bilancio.

La Costituzione italiana. L’articolo 81, nella sua nuova formulazione, prescrive il pareggio di bilancio, sia pure nella versione del saldo strutturale, che tiene conto cioè degli andamenti del ciclo. 

Quindi l’affermazione salviniana – «sforare il 3% non solo si può, ma si deve» – andrebbe contro la Costituzione, dato che un deficit superiore al 3% del Pil comporterebbe un disavanzo strutturale contrario all’Articolo 81, quale che sia il metodo di calcolo di detto saldo. Un ipotetico Governo Salvini dovrebbe prima cambiare la Costituzione.

Infine, naturalmente, c’è il popolo italiano che, secondo tutti i sondaggi, esprime ancora una maggioranza contro l’uscita dalla Ue e in favore dell’euro.

 LA FINE DELL’AVVENTURA

In conclusione, Salvini, anche se mantenesse nelle elezioni prossime venture le alte percentuali che gli danno i sondaggi, non potrebbe mantenere le promesse elettorali. Che cosa potrà succedere, allora? Non mi azzardo a prefigurare scenari politici. Cerco solo di prefigurare quello che è possibile fare all’interno dei paletti già tracciati dal Presidente Conte nella lettera di giugno ai colleghi europei, nella quale il Governo si impegnava a ridurre nel 2020 il deficit strutturale dello 0,2% del Pil.

 Questo basta a escludere una vera flat tax. Ma sarà possibile o applicare la flat tax ai soli aumenti di reddito (come suggerito da Luigi Paganetto) o finanziarne una versione “leggera” riducendo deduzioni e detrazioni dell’Irpef e definanziando gli 80 euro di renziana memoria (cioè, sostanzialmente, finanziando una riduzione delle tasse abolendo un’altra riduzione delle tasse).

Se l’avventura di Salvini – partire con la lancia in resta contro i mulini a vento della Commissione – assomiglia a quella di don Chisciotte, se ne discosta per un cruciale particolare. Quelle  pale di mulino che vede minacciose non sono quelle della Commissione, sono quelle dei mercati. E qui la lancia si spunterà e il cavaliere sarà sbalzato.

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