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Tutti ostaggio dei propri errori: sarà un governo di necessità

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Matteo Salvini con Luigi Di Maio
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Alla fine tutti sono stati costretti a stare al gioco che avevano avviato: un gioco ricco di trappole, quasi una partita di poker che, temiamo, continuerà anche dopo il varo del Conte-bis. Salvini è al momento il perdente di questa prima fase, anche se conta di avere a breve una occasione di rivincita. Ha infatti aperto una crisi convinto che un successo di opinione pubblica ottenuto abilmente evidenziando da un lato le debolezze governative di M5S e dall’altro pompando temi populisti da sempre cari al cosiddetto popolo lo mettesse in grado di potersi far consacrare al potere da una tornata elettorale indetta in maniera teatrale. Ha sottovalutato che il sistema dell’opinione pubblica è ben più complesso, gli interessi sono diversificati e quel che pensano i ceti dirigenti sia internazionali che italiani ha un peso notevole.

Può buttarla populisticamente nella demagogia dipingendo questi ambienti come perfidi poteri europei che vogliono negare all’Italia il suo posto al sole (discorso sempre pericoloso, avesse studiato un po’ di storia), ma deve sorvolare sul fatto che quello stesso Trump che aveva presentato come un suo sponsor si è pubblicamente schierato con quel Conte che lui ha dipinto come il disastro per il futuro italiano.

Di MAIO IN TRAPPOLA

Lo stesso Di Maio e il suo movimento sono rimasti intrappolati nell’illusione che si erano costruiti di poter essere i dominatori della nuova fase perché disponevano di due forni da cui rifornirsi e per la forza numerica della loro presenza parlamentare. La mossa che sembrava molto astuta di impuntarsi sulla candidatura di Conte come rinnovato premier, forse pensando che il PD avrebbe reagito sino all’ultimo con un diniego, si è ritorta contro di loro nel momento in cui in realtà il premier dimissionario si è rivelato come un elemento di equilibrio gradito (e in parte sostenuto) dall’establishment.

Così curiosamente hanno dovuto accettare che Conte apparisse come il candidato Cinque Stelle, nel momento in cui di fatto si stava costruendo un ruolo autonomo, con la conseguenza di dover accettare che la formazione del nuovo governo passasse sotto la regia del premier designato (probabilmente ridimensionando gli appetiti della classe dirigente pentastellata). Anche il PD ha dovuto però stare al grande gioco che si era messo in piedi, dovendo rinunciare a caratterizzare in senso deciso la “svolta” che si stava profilando. Certo ha guadagnato non poco da questa crisi, che lo ha rimesso al governo anche se la sua ripresa dopo i cali elettorali dello scorso anno non era stata esattamente folgorante. Tuttavia non ha potuto condurre il negoziato coi Cinque Stelle fino al punto necessario per ottenere un loro ridimensionamento, cioè fino al punto di poter mettere sul piatto il ritiro dalla trattativa, ben sapendo che in quel caso Salvini avrebbe avuto campo libero.

LA CONVERGENZA

Dunque la situazione non è veramente sbloccata dalla scoperta di una inaspettata convergenza politica, ma si è solo avviata a trovare una sedimentazione in un governo di necessità per affrontare in maniera si spera realistica la navigazione della nave Italia nei mari agitati della fase che si prospetta all’orizzonte. A Conte viene affidato il compito di gestire la convivenza fra un movimento politico che è restio a trovare una stabilizzazione (nelle dichiarazioni dopo le consultazioni Di Maio ha testardamente riproposto i mantra Cinque Stelle, incluso quello sulle concessioni autostradali) e un partito che deve ricostruire il suo accreditamento come forza di governo capace però di tenere conto delle novità della situazione.

LA PROVA DEL BUDINO

Ci riuscirà? Come dicono gli inglesi la prova del budino consiste nel mangiarlo, ma non si può ignorare che i budini da mangiare saranno molti. Salvini sostiene che la maggioranza parlamentare giallorossa non è tale nel paese e cita le passate elezioni regionali e amministrative come prova. Il fatto è che ci saranno tre nuove regionali importanti quest’anno (Umbria, Emilia Romagna, Calabria) e un’altra serie importante (fra cui basta citare il Veneto) nel 2020. M5S sarà disponibile a combatterle in coalizione col PD? Perché se, come è nel suo DNA, mantiene la sua posizione solitaria probabilmente apre la strada a Salvini, che può contare su una coalizione di centrodestra, mentre il PD non ha una forza paragonabile per essere sicuro di vincere solo con l’alleanza dell’estrema sinistra.

SE VINCE LA LEGA

Ma se a livello regionale il centrodestra riuscisse maggioritario non sarebbe facile mantenere insieme la coalizione giallorossa a livello governativo. E’ vero che Berlusconi nelle dichiarazioni dopo le consultazioni ci ha tenuto a riproporre l’immagine di un centrodestra che non può essere sovranista e illiberale: lo ha fatto per rilanciare Forza Italia come il cuore pulsante e pensante del centrodestra italiano, consapevole che è stato grazie a questo che in passato ha tenuto il governo con una certa accettazione da parte delle classi dirigenti italiane ed internazionali che oggi abbandonano Salvini. Però realismo vuole che si ricordi che FI non è più in grado di esercitare quel ruolo, sicché alla fine difficilmente essa potrà sottrarsi all’alleanza con la Lega se vuole sopravvivere.

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