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Al Governo servono i laboratori, necessaria una coalizione civile 

Senza una nuova opinione pubblica difficile reggere il lungo percorso 

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Palazzo Chigi, sede del Governo
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Il problema dell’Italia di oggi non è solo quello di trovare la via per un governo efficiente e di qualità: l’obiettivo è importante, ma non risolverà tutto. Come ha sottolineato ieri nel suo editoriale il nostro direttore, non si esce dalla nostra stagnazione, che non è solo economica, se non si riesce a creare una coalizione civile di forze che siano disposte ad impegnarsi per l’uscita del paese dal suo stallo.

Chi va con la memoria al nostro passato sa bene che da tutte le sue crisi l’Italia è uscita perché ha saputo trovare nel suo tessuto le risorse per non arrendersi di fronte alle difficoltà. Non lo si dice per fare della buona retorica, che non serve a nulla, ma per fare appello ad uno sforzo per dare fondamento a quella “svolta” di cui tutti, magari da angoli di visuale diversi, continuano a parlare.

Non si costruisce un destino migliore se non c’è disponibilità nelle forze sociali a mettersi in gioco perché ciò sia possibile. Se ripensiamo per la nostra storia politica a due passaggi critici, emblematici pur nella loro diversità, come l’avvento del centrosinistra e quello della cosiddetta solidarietà nazionale, vedremo facilmente che quelle operazioni furono possibili perché nella società si era formato un comune sentire che alla fine aveva costruito una coalizione civile vincente a supporto dei due passaggi.

Certo l’avvento del centrosinistra, che cambiava l’ottica delle maggioranze parlamentari centriste, fu duramente avversato e fu contornato da profezie di sfascio, da boicottaggi e fughe di capitali, resistenze durissime. Ma l’opinione pubblica trainante, perché quando le cose funzionano c’è sempre un’opinione pubblica che traina, sostenne in vario modo quel cambio di orizzonte che semplicemente voleva si tenesse conto dell’enorme trasformazione del mondo che si era determinata con quel fenomeno a cui fu dato il nome, generale e generico, di “modernizzazione”. Si unirono nell’impresa di spiegare che non diciamo tornare indietro, ma neppure stare fermi era possibile se il paese voleva mantenere e incrementare quel che aveva guadagnato con la ricostruzione. 

Quella stagione fu caratterizzata da una straordinaria fioritura di riviste in cui intellettuali, uomini dell’economia e dei sindacati, personalità del mondo religioso e delle comunità sociali, si unirono per ragionare insieme sul mondo che cambiava e su come l’Italia avrebbe potuto rispondere a quel cambiamento. Magari titoli come “Il Mulino”, “Comunità”, “Nord-Sud”, “Aggiornamenti Sociali”, tanto per buttarne lì alcuni fra i tanti, non dicono più molto alle generazioni più giovani. Furono veri e propri laboratori in cui si confrontavano idee e si elaboravano progetti, ma soprattutto si produceva una cultura comune che metteva da parte i continui rinfacci interessati al passato (per dire: impossibile che politici cattolici e politici di formazione laica e marxista potessero intendersi) e ci si concentrava sulla progettazione condivisa del futuro.

Qualcosa di simile si produsse nella stagione che sfociò nel quadro della cosiddetta “solidarietà nazionale”. Allora la situazione era più drammatica, gli anni di piombo stavano insanguinando il paese e si sosteneva che fosse semplicemente perché venivano al pettine i nodi di rivoluzioni mai fatte in passato (e su questa analisi fiorì l’illusione dell’estremismo di sinistra e di destra che si potessero innescare allora le rivoluzioni che, secondo quella vulgata, i loro padri avevano tradito). Di nuovo però sorse una opinione pubblica trainante che richiamò il paese a considerare che chi pensava di speculare su quella crisi per trarre vantaggi per sé portava tutti nel baratro.

Una volta di più fu necessario superare il retaggio di reciproche scomuniche, scoprire che i democristiani non era i “forchettoni” delle polemiche interessate e i comunisti non mangiavano bambini a cena come si diceva con truce qualunquismo, ridare dignità a tante correnti minoritarie della nostra storia intellettuale. Un lavoro che sarebbe stato impossibile se non vi avessero collaborato tante forze della società, di nuovo uomini dell’economia e del sindacato, delle chiese, dell’università e della scuola, delle varie organizzazioni sociali. Qualcuno ricorderà una certa virata di molti giornali e settimanali che da compiaciute casse di risonanze delle leggende sui mali irrecuperabili dell’Italia si trasformarono in palestre per promuovere il nuovo clima.

D’accordo, non è sempre andata così, ma così è andata nei momenti migliori. Oggi è a quelle memorie che sarebbe necessario rifarsi, nel momento in cui di nuovo il nostro paese è messo davanti ad una transizione nella storia mondiale che ha davvero caratteri epocali. Trovare maggioranze politiche e connesse personalità che siano disposte a muoversi in quell’ottica non è impresa semplice e non si realizza in un solo passaggio: così è sempre stato e non si vede perché questa volta dovrebbe essere diverso. Tuttavia se questi tornanti politici non saranno supportati da una nuova opinione pubblica trainante difficilmente troveranno il fiato per reggere il lungo percorso che è inevitabile.

Non c’è bisogno né di grilli parlanti, né di mosche cocchiere, per usare due immagini metaforiche che ci paiono molto azzeccate. Serve che si formi una vasta comunità ideale fra tutte le donne e gli uomini “di buona volontà” (possiamo osare il richiamo a questo concetto?), perché in tutti gli ambiti in cui si svolge la vita , nell’economia e nel lavoro, nella cultura e nelle istituzioni, nelle religioni e nelle organizzazioni delle comunità sociali, si ragioni di futuro e di come possiamo affrontarlo in modo intelligente e solidale.

Qui davvero non ci sarà questione di Nord e Sud, Est e Ovest, perché le comunità nazionali o si salvano insieme o si slabbrano e diventano preda di quelle che avendo maturato coesione non hanno difficoltà a conquistare i vicini in crisi. È in atto quello che potremmo definire un riordino del mondo: vogliamo che l’Italia vi si inserisca come uno degli attori che vi collaboreranno e non come vittima sacrificale delle trasformazioni in corso.

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