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I 26 punti del Governo Pd-M5S: Ecco da dove si riparte

Economia, occupazione, ambiente e nessun avventurismo alla Salvini

Lontani dalla "Fabbrica" di Prodi siamo all'autarchia intellettuale, la condivisione più significativa è l’addio alle avventure fiscali di Salvini, non c’è la flat tax ma il taglio del cuneo fiscale, toni sereni con la Ue

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Didascalia Foto: 
Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio
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Carta canta: abbiamo una bozza di programma giallo-rosso. Per chi è interessato alle statistiche i punti sono 26, quattro in meno di quelli del contratto del governo precedente.  Nulla a confronto delle 281 pagine con le quali l’Unione di Romano Prodi si presentò alle elezioni del 2006 e che furono alla base dell’azione del suo secondo governo.  Ma quelli erano altri tempi. E diverso era lo stile. La “fabbrica del programma” aveva sede in un opificio dismesso alla periferia di Bologna, a un tiro di spingarda da quella mitica sezione del Quartiere Bolognina dove Achille Occhetto pronunciò le fatidiche frasi destinate a far dissolvere  il Pci al pari di Dracula il vampiro, alla luce del sole. Nella “fabbrica”, il Professore si  dedicò personalmente  per mesi, all’elaborazione del programma elettorale della coalizione di centro sinistra.

LE CONSULTAZIONI

La messa in scena era perfetta. Nei locali  del pensatoio unionista transitò, a turno,  il fior fiore dell’establishment di sinistra (che allora era poi la grande maggioranza dell’establishment tout court): intellettuali d’antan, maitres à penser, banchieri, finanzieri e imprenditori, personalità politiche, comici, finidicitori, saltimbanchi, nani e ballerine. Le riunioni si svolgevano con precisi punti all’ordine del giorno. A discuterli erano invitati quanti, esperti della materia in discussione, potessero dare un contributo.

IL PROF CHE ASCOLTA

Una perfetta organizzazione andava a prelevare gli ospiti alla stazione ferroviaria o all’aeroporto, li caricava su confortevoli pulmini che li accompagnavano alla “fabbrica”. Colà erano ricevuti dal Professore, fatti sedere intorno ad un tavolo e sollecitati ad esporre brevemente le proprie idee sul tema all’esame, mentre Prodi prendeva appunti sul portatile. 

 Alla fine, i nostri – fieri di aver portato un contributo alla riscossa antiberlusconiana – venivano reimbarcati sui pullman e condotti a destinazione. Questa volta, i nostri hanno fatto tutto da soli, in piena autarchia intellettuale. Gli sherpa si sono accontenti di farsi fotografare intorno al tavolo di lavoro, come fecero a suo tempo, quelli della precedente maggioranza (alcune facce magari erano le stesse). Per tornare al documento che viene fatto circolare forse tornerebbe utile classificare i diversi punti con il paradigma che i giuristi affibbiarono agli articoli della Costituzione, definendone alcuni ‘’programmatici’’ (da sviluppare tramite la legislazione ordinaria); altri ‘’operativi’’ e quindi immediatamente applicabili. 

 A dire il vero di norme del secondo tipo, nella bozza, se ne trovano poche; in larga maggioranza abbiamo a che fare con l’indicazione di obiettivi che restano astratti, magari un po’ visionari ;  difficilmente potranno diventare esigibili da una forza politica o dai cittadini. 

 Per usare termini cinematografici il soggetto è opera del M5S; il Pd ha concorso alla sceneggiatura. Lasciamo, quindi, a Greta Tunberg il compito di valutare quanto siano credibili taluni aspetti del programma riguardanti la ‘’transizione ecologica’’ e sul cambiamento culturale del modello di sviluppo all’insegna del Green New Deal (aspetti e segnalazioni di  cui riconosciamo l’importanza ma che sembrano formulati alla stregua di ‘’fioretti’’) e concentriamoci sulle questioni di carattere economico e sociale. 

 Fanno la loro comparsa tutti i dossier lasciati in sospeso nei mesi scorsi ed ereditati dal precedente governo: il salario minimo garantito, una legge sulla rappresentanza sindacale (il ddl Catalfo all’esame della Commissione Lavoro del Senato affrontava insieme le due questioni), la sburocratizzazione (Araba Fenice che risorge sempre dalle ceneri),l’autonomia differenziata purchè salvaguardi l’unitarietà del Paese, l’avvio di un’economia circolare. Non meravigliamoci: d’ora in avanti tutti i programmi dei partiti, in ogni parte del mondo, adotteranno questa agenda, un po’ perché è necessario, un po’ perché è di moda (voler) cambiare.  

 La questione più significativa riguarda la scelta condivisa di abbandonare le avventure fiscali di Matteo Salvini (vedi flat tax) e concentrare gli impegni sulla riduzione del cuneo fiscale a favore dei lavoratori. Forse sarà disattenta la nostra lettura, ma non abbiamo trovato riferimenti puntuali in merito alle due grandi questioni della manovra per l’anno in corso: le pensioni (quota 100 e dintorni) e il reddito di cittadinanza. 

 Eppure, prima o poi, si dovrà pur stendere una pagina di conti che indichi le voci da cui ricavare le risorse (considerando la conferma della sterilizzazione dell’Iva). 

PILOTA AUTOMATICO

Lungo questa via si arriva fino a Bruxelles. A noi basterebbe che si innestasse il ‘’pilota automatico’’ dell’Unione per dormire sonni tranquilli.  Invece, nel rapporto con la Ue, sono spariti gli epiteti ingiuriosi del Capitano, ma restano tracce consistenti di ambiguità.  «Con la nuova Commissione – è scritto - occorrerà rilanciare investimenti e margini di flessibilità per rafforzare la coesione sociale, promuovendo modifiche necessarie a superare l’eccessiva rigidità dei vincoli europei in materia di politiche di bilancio pubblico. Occorrono regole orientate anche alla crescita non solo alla stabilità. Abbiamo bisogno di un’Europa più solidale, più inclusiva, soprattutto più vicina ai cittadini». Anche su queste parole possiamo chiudere un occhio: si tratta di un minimo sindacale che ogni governo vuole prendersi.

Per quanto riguarda il tema della sicurezza e della immigrazione i toni sono più civili e soprattutto vengono assunte le osservazioni  critiche del Capo dello Stato per la modifica dei decreti sicurezza imposti dal Truce. 

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