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Mattarella, missione compiuta: così il potere morbido del Colle ha disinnescato la crisi più folle

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Il presidente Sergio Mattarella
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Il governo si è fatto e oggi presterà il giuramento di rito. Il presidente Mattarella può considerare di avere ottenuto una uscita dignitosa dalla crisi: l’Italia ha un premier che si è formato (è davvero il caso di dirlo) nei summit europei, un ministro degli Interni che non userà il Viminale come sostegno alla demagogia populista, un ministro dell’Economia che ha una solida reputazione europea e conosce il quadro degli equilibri internazionali. Sono le posizioni veramente chiave che l’inquilino del Quirinale ha il dovere di far presidiare in modo adeguato, perché, a parte il potere di nomina dei ministri che condivide col premier (potere che non si può ridurre al mettere ad occhi chiusi la firma su quanto hanno deciso altri), è costituzionalmente il garante del sistema-Italia.

Mattarella ha interpretato questo ruolo come una forma di soft power, che è qualcosa di più e di diverso dalla moral suasion a cui ha fatto ricorso per esempio Ciampi: si è trattato di agire, pur restando strettamente, quasi ossessivamente ancorato ai limiti fissati dalla Costituzione (agire diversamente avrebbe comportato tensioni che il paese non era in grado di reggere), per evitare che si erodesse la credibilità dello Stato. Questa azione è stata svolta, a partire dal primo governo Conte, lavorando su due canali, interconnessi come è logico. Il primo ha riguardato la tutela dei gangli della gestione dell’economia, a partire dai ministeri coinvolti.

È stata un’operazione non semplice che ha portato sull’orlo di un conflitto politico-istituzionale, per fortuna rapidamente messo in soffitta (la minaccia di impeachment che non aveva fondamento) e che ha avuto il suo fulcro nella persuasione ad avere un “tecnico” come il prof. Tria al ministero. Il secondo è stata l’interlocuzione con il premier Conte, di cui ha intuito subito la natura e la formazione diversa da quella avventurosa degli “uno vale uno” e dei demagoghi ex padani.

Per la verità, vista dall’esterno, l’operazione aveva il suo fulcro nel mantenere l’Italia ancorata al contesto europeo e ci permettiamo di pensare che al Colle non si fosse pensato che i guai maggiori su quel fronte potevano venire da Salvini. Sembrava bastasse affiancare Conte con un altro tecnico, esperto di Europa, cioè Moavero Milanesi agli Esteri. Valutando le cose dall’esterno e quindi senza sapere se ci sono o non ci sono stati dei retroscena, Conte se l’è cavata da sola (e sempre meglio) mentre il ministro Moavero per l’opinione pubblica è diventato un desaparecido.

Questa esperienza ha ridimensionato l’importanza del ruolo dell’inquilino della Farnesina e, a nostro modesto avviso, questo spiega perché Di Maio non ha avuto troppi problemi ad occupare quel posto. Ormai in tutto il mondo la grande politica estera la fa direttamente il vertice del governo.

Il ministro degli Esteri, se è molto abile e competente (ma una è una dote naturale, l’altra si acquisisce con un lungo tirocinio), serve a tessere le tele diplomatiche su cui si regge la presenza internazionale del paese: un lavoro complicato, che suppone la capacità di dirigere una burocrazia di alto livello e preparazione, e che comporta la capacità di muoversi con discrezione. Chi non sa agire in questo modo può fruire di un po’ di visibilità d’ufficio (quando partecipa a riunioni internazionali, quando fa qualche intervento su materie calde), senza essere in grado di fare danni.

Mattarella ha fatto davvero la levatrice di questo governo, senza per questo sposarne l’indirizzo: l’obiettivo era evidentemente evitare che l’Italia cadesse nel caos di una lotta politica disordinata, come sarebbe inevitabilmente accaduto con lo scioglimento traumatico della legislatura, senza però promuovere alcun “governo del presidente” (neppure in modi velati). Lo ha ottenuto semplicemente usando il suo potere di dettare i tempi per la soluzione della crisi. Sapendo di non poterla tirare per le lunghe, come era accaduto dopo le elezioni del marzo 2018, le forze politiche sono state costrette a fare i conti con l’alternativa di uno scioglimento anticipato della legislatura. Il Quirinale, come molti osservatori anche di assai minore rango, sapeva che quello non era un esito gradito per cui si sarebbe trovata una maggioranza per evitarlo.

Ad agevolare l’operazione è intervenuta certamente la variabile dell’interesse europeo, ma in parte anche americano, ad evitare che in Italia avessero spazio avventure che poi non si capiva dove avrebbero portato. La credibilità e il prestigio di Mattarella sullo scacchiere internazionale hanno indubbiamente aiutato a far sì che nelle grandi cancellerie si scommettesse sulla possibilità di dare alla crisi italiana una soluzione non traumatica. Sarà anche una soluzione positiva? Questo, come si dice, lo scopriremo vivendo, perché come dimostrano anche le ultime fibrillazioni nel formare la squadra di governo non tutto è appianato.

Possiamo però contare sul soft power del Presidente della Repubblica per un importante supporto a che quello che si vara oggi possa maturare in direzione sempre più positiva. Poi ci vorrà anche tanta buona volontà (mettiamola così) da parte dei ministri e delle forze politiche e vedremo se davvero inizia, non diciamo una svolta, ma almeno una fase migliore della precedente.

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