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Il trasformismo come risorsa della politica: oggi ha un significato negativo, ma in origine era diverso

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Un’elaborazione grafica di Edoardo Baraldi che “trasforma” Giuseppe Conte nel più navigato Giulio Andreotti
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Si fa presto a parlare di trasformismo ogni volta che un movimento politico cambia schieramento. La polemica è molto antica nella politica italiana, risale agli anni 80 del XIX secolo, ma ha continuato ad essere impiegata nonostante il pubblico generale non sappia più a cosa ci si riferisce.

In realtà è per tanti versi una specie di eterno ritorno, modificato si capisce dalle differenti condizioni storiche, delle difficoltà di una politica che vorrebbe basarsi su divisioni ideologiche che assomigliano ai fossati fra le religioni dove la apostasia, cioè l’abbandono di una appartenenza per passare ad un’altra, è stata a lungo (e n certi contesti lo è ancora) un fatto da sanzionare come inaccettabile. L’origine della diatriba può essere curiosamente ricordata perché ha qualche similitudine con quanto è avvenuto di recente.

Nell’Ottocento la tradizionale divisione fra Destra e Sinistra storica (cose peraltro molto diverse dai partiti odierni) venne meno perché nel 1882 si era ampliato l’accesso al suffragio e si temeva che con l’avvento di una certa quota di votanti dei ceti popolari l’egemonia della classe dirigente post-risorgimentale potesse essere messa in crisi da un successo elettorale delle due “estreme”: i rossi (anarchici e socialisti) e i neri (l’opposizione cattolica dopo la sottrazione di Roma al papato).

Allora uno dei grandi leader della Destra storica, Marco Minghetti, sostenne che per evitare questo pericolo dovessero unirsi le due ali del liberalismo, secondo quella teoria della “unione dei centri” che allora in Europa era presentata come l’argine alla possibile vittoria degli estremismi. A chi gli obiettava che così si abbandonavano le collocazioni tradizionali, Minghetti replicò che si seguivano le leggi della scienza, il famoso principio di Lavoisier per cui “nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”. Quelli che rimaneva tagliati fuori e non potevano più fondare le loro pretese di leadership sull’appello alla intangibilità dei principi tradizionali bollarono invece la “trasformazione dei partiti” come “trasformismo” delle persone, cioè come una comoda scusa per cambiare casacca e guadagnare posizioni di potere.

È una dinamica che si sarebbe ripetuta parecchie volte, più o meno per le stesse presunte ragioni. La sua versione più radicale fu quella dell’accusa di Lenin alla socialdemocrazia tedesca di inizio Novecento per la sua scelta di cercare il cambiamento per via parlamentare anziché per via rivoluzionaria: ma colui che Lenin aveva battezzato come “il rinnegato Kautsky” (ormai si andava direttamente alla scomunica) gli replicò che “l’SPD è un partito rivoluzionario, non un partito che fa rivoluzioni” (cioè un partito che vuol cambiare le cose, non un partito che vuole organizzare sollevazioni). Ciò che sta succedendo nella politica italiana potrebbe non essere lontano da quei retroterra.

A chi si affanna ad imputare quanto è successo al presunto trasformismo, cioè al tradimento di altrettanto presunti ideali da parte di chi cerca solo di conquistare o mantenere posizioni di potere andrebbero ricordate due cose.

La prima è banale, ed è che la politica è sempre una forma di ricerca del potere: può essere un potere buono o malvagio, egoistico o altruista, demagogico o razionale, ma sempre potere è. La seconda cosa, più complessa, è che il nostro paese ha conosciuto una profonda trasformazione dei suoi partiti.

Certo possono rimanere eredità e legami, persino qualche rimpianto del passato, ma nessuno dei partiti di oggi è la semplice continuazione di quelli anche solo di vent’anni fa. Ovviamente alcuni, come i Cinque Stelle, sono novità assolute, ma anche quelli con radici più solide hanno legami relativi col loro retroterra, al di là della permanenza al loro interno di uomini che hanno vissuto le stagioni precedenti. Forse che la Lega di Salvini non si è profondamente trasformata rispetto a quella di Bossi? E il PD di Zingaretti rispetto a quello di D’Alema, per non dire del PDS di Occhetto? È questa trasformazione dei partiti che spiega e fonda quel che è avvenuto dopo le elezioni del marzo 2018. Il sistema ha cercato di trovare un equilibrio, dapprima puntando su una coalizione fra i due partiti più alternativi rispetto alla fase precedente, cioè M5S e Lega.

Questo ha portato ad un risultato imprevisto e non gestito: l’aprirsi di uno spazio notevole per la demagogia, in cui si sono immersi entrambi, sino al punto che uno, la Lega, avendo tratto molto vantaggio in termini di crescita dei suoi consensi, non ha pensato di stabilizzare la situazione a suo esclusivo favore cercando di imporre un bagno nelle urne elettorali. Questo ha generato una reazione di sistema, cioè delle varie componenti dirigenti con cui aveva a che fare il nostro paese (le istituzioni, le agenzie che formano la coscienza civile, i nostri partner europei e internazionali) ed ha spinto, piaccia o meno, a forzare un’intesa fra chi aveva una maggioranza relativa in parlamento, ma non aveva saputo gestirla responsabilmente (M5S) e chi rappresentava la quota maggioritaria delle precedenti classi dirigenti del sistema (il PD, che, pur acciaccato, non aveva concorrenti, essendosi FI ridotta all’ombra di sé stessa).

C’è stata di fatto una sorta di “congiunzione dei centri” per evitare una possibile prevalenza delle estreme, che avrebbe compromesso gravemente le chance di sviluppo dell’Italia. Naturalmente al momento si tratta di “centri” atipici, perché non mancano, soprattutto nei pentastellati, nostalgie movimentiste e utopie alla Masaniello, ma l’essere costretti a coalizzarsi per impedire il ritorno di quelle estreme che se vincessero non farebbero prigionieri porterà avanti il processo di trasformazione di entrambi. Con quali esiti e con quali possibilità di successo non si può sapere, ma è abbastanza ragionevole affermare che si è davanti ad un esperimento che ha bruciato i ponti alle proprie spalle.

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