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Conte blocchi subito liti, malumori e sguaiatezze della nuova alleanza

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Di Maio e Conte
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Al nuovo governo sta succedendo quello che tutti i maligni si attendevano, cioè che i due azionisti litigassero da subito? A stare a qualche notizia sembrerebbe di sì, ma potrebbe anche trattarsi degli ultimi fuochi di paglia di una stagione della propaganda che fatica a tramontare. Certo non sono di buon auspicio le impuntature di alcuni Cinque Stelle su TAV e Gronda, come non si sa bene perché Orlando abbia aperto subito la questione della revisione della riforma della giustizia. Ci fermiamo a due casi evidenti, ma più o meno sotto traccia ce ne sono vari altri.

SUBITO CONTRASTI

Il governo non ha ancora giurato, si negozia sui sottosegretari (una tradizione per cercare di recuperare là dove una parte ritiene di aver avuto meno del dovuto), e già il demone che spinge ciascuno a piantare le proprie bandierine è pienamente al lavoro. Naturalmente si paga il prezzo di una alleanza fra forze che avevano a dir poco visioni diverse su molti problemi.

Ne consegue che coloro che vedono così messa in crisi la loro posizione dall’una e dall’altra parte facciano partire le accuse, velate o palesi, di svendita degli ideali non negoziabili. Quel che stupisce è che i contraenti e coloro che li hanno supportati non abbiano disposto preventivamente delle strategie per contenere queste prevedibilissime derive. Soprattutto i Cinque Stelle dovevano imporre un percorso di maturazione ai loro uomini e donne, facendo capire loro che in politica non si fanno governi di coalizione per avere tutto e subito quel che si è sognato proclamandolo a dritta e a manca.

L’impressione è che l’attuale gruppo dirigente che ha promosso o accettato più o meno di malavoglia la soluzione del governo giallorosso sia ora preoccupato della fronda interna. In verità non se ne capisce la ragione: a stare ai sondaggi l’operazione è premiata da una crescita di consensi a M5S. Però a dominare è il tarlo della comunicazione. Il tono l’ha dato Di Maio quando ha annunciato i risultati della votazione sulla piattaforma ed ha presentato il governo che stava per nascere come una specie di monocolore grillino che avrebbe continuato quel che si era fatto nel Conte 1 e ci avrebbe aggiunto altre cose tratte dal suo repertorio dei sogni. Forse pensava con questo di tenere a bada i vari Giarrusso e Paragone, o almeno il battitore libero Di Battista?

UN APPROCCIO PIENO DI GUAI

Se lo ha pensato sbagliava, ma sbagliava ancor più il premier Conte a non stoppare subito un approccio che può solo portare guai al governo. Del resto che il mancato vicepremier avesse qualche difficoltà con la grammatica istituzionale era immaginabile. E puntualmente è arrivata la riprova con la convocazione alla Farnesina dei ministri pentastellati. Riunioni “di componente” nei governi di coalizione se ne sono sempre fatte, il problema è il dove. Si tenevano, come è giusto che sia, in sedi di partito o in altre sedi private, perché un ministro occupa il suo ufficio nell’interesse di tutto il paese e non della parte politica che lo esprime.

Possibile che Conte non possa fare ai suoi ministri un corsetto serale accelerato per spiegare queste banalità? In fondo lui è un uomo di istituzioni e di studi giuridici e queste cose le sa (e finora personalmente le ha praticate: va riconosciuto). Altrettanto banale dovrebbe essere il tema delle grandi infrastrutture come TAV e Gronda. Sono ormai state approvate e ce se ne dovrebbe fare una ragione. Lasciar credere che adesso tutto si ridimensiona significa giocare col fuoco, cioè disperdere quelle aspettative positive che erano maturate con il cambio di maggioranza (testimoniate dall’andamento dello spread). Non crederanno che ciò sia avvenute per l’entusiasmo dei mercati verso gli utopismi tardo grillini.

Assai più complessa la questione della riforma della giustizia. La conferma di Bonafede poteva ben far presumere che ciò preludesse ad una sorta di resa a chiudere una riforma che in più punti porta le stimmate del giustizialismo piazzaiolo. Su questo occorreva essere chiari in fase di preparazione dell’accordo, perché aprire una questione ora significa ridare il via a convivenze politiche conflittuali sul modello del precedente governo gialloverde. Conte deve al più presto escogitare qualcosa per impedire il deflagrare delle molte contrapposizioni che si annidano nella coalizione fra M5S e PD. Tutti e due temono i malumori nelle loro fila e sono sotto il ricatto di un sistema di comunicazione che lascia campo libero a tutte le sguaiatezze immaginabili.

L’affidarsi al manzoniano “sopire e troncare, troncare e sopire” che più di una volta è apparso nel corde del rinnovato premier (in verità secondo una lezione piuttosto diffusa in vari ambienti dei nostri ceti dirigenti) non è una buona strategia: dovrebbe averlo verificato già nella sua esperienza precedente. I partiti che si apprestano a votargli la fiducia sappiano che se non lo supporteranno mettendo fine alla corsa al piantare ciascuno le proprie bandierine a favore delle rispettive tifoserie non andranno lontano. L’unico che allora ripianterà davvero la sua bandiera, sarà Salvini.

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