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Dagli slogan a un discorso comune senza diventare solo anti-Salvini

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Il voto di fiducia a Conte alla Camera
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Ha lodato le forze politiche che hanno dato vita alla sua maggioranza perché hanno messo da parte i “pre-giudizi”: anche se può sembrare un inciso nel lungo discorso del presidente Conte, è un passaggio fondamentale. D’accordo, c’è anche l’impegno a dosare l’uso delle parole, ad evitare le polemiche, c’è l’elenco dei moltissimi impegni che il nuovo governo sa di avere davanti e su cui chiede di essere giudicato, ma il passaggio più difficile sarà proprio quello di far convergere non tanto due ideologie, quanto una lunga serie di slogan su un convincente discorso comune.

Con l’esposizione puntigliosa dei nodi che il paese deve affrontare, Giuseppe Conte ha mandato un messaggio ai gruppi dirigenti italiani e ai nostri partner internazionali. Era indubbiamente un passaggio necessario per segnare una discontinuità di approccio rispetto alla deriva dell’ultima fase del governo gialloverde, quando i problemi erano stati, ben che andasse, trasformati in spunti vaghi per infiammare le diverse propagande. Adesso si vuol mostrare che si è capito che quel gioco era pericoloso e che non si pensa di riproporlo. Sono lodevoli propositi, ma dovranno fare i conti con un problema che non andrebbe sottovalutato: non è abbastanza la mitezza di linguaggio, per non dire il sorvolo diplomatico sui punti controversi per tenere in piedi una coalizione che mette insieme forze con un vissuto di radicalismi che non sarà semplice smantellare. Aiuteranno senz’altro gli eventuali successi che l’esecutivo possa realizzare nel prossimo futuro.

Tuttavia su questo punto il governo deve tenere conto dello scostamento temporale che esiste fra il raggiungimento di alcuni obiettivi e la loro percezione da parte dell’opinione pubblica: basta ricordare cosa è accaduto a governi precedenti per rendersene conto. Specialmente sui temi più caldi e controversi il governo Conte dovrà misurarsi con gli attacchi di un’opposizione scatenata che ha alla testa un abile demagogo come Salvini: i veleni sparsi nel lungo periodo di campagna elettorale continua e rafforzati nell’ultimo mese non si riassorbiranno in tempi rapidi, anzi verranno continuamente incrementati da nuove inoculazioni di populismo. In molti casi si tratta di temi che non è facile rappresentare annullando paure e pregiudizi che vi sono connessi.

Basti pensare a due temi a lungo dibattuti come l’attribuzione alla UE dei nostri guai economici o la questione dei migranti. Pur supponendo che ci possa essere un po’ di ripresa a breve, difficilmente si avrà un rovesciamento della situazione e sarà sempre facile affermare che quel che non si è ottenuto è colpa della matrigna che siede a Bruxelles. Così sui migranti è impossibile che a breve si riassorbano i problemi dati dalla presenza di molti irregolari e clandestini che non si è riusciti a sistemare in maniera ragionevole e che costituiscono la vera sorgente di preoccupazione in molte situazioni, assai più del fenomeno degli sbarchi in sé. Che la destra cavalcherà questa situazione è scontato. A fronte di questo più che prevedibile quadro sta il problema più spinoso che devono affrontare Conte e la sua maggioranza: prendere coscienza che non basterà contenere le ansie di protagonismo e l’attrazione del palcoscenico che coinvolgono tante componenti della coalizione dentro e fuori il governo, ma bisognerà trovare una narrazione positiva che le coinvolga. Il fascino perverso dell’ergersi a difensori delle sacre ortodossie lo si è già visto all’opera ed è presente in tutte e tre le componenti, M5S, PD e LeU.

Per superarlo è necessario che il governo e i gruppi parlamentari di riferimento trovino il coraggio di elaborare un modo di vedere condiviso che li renda efficaci nella comunicazione verso i loro elettori-militanti (che vanno disintossicati dalle droghe con cui sono stati nutriti sin qui) e verso il pubblico più in generale, se vogliono combattere efficacemente l’accusa di “poltronisti” che ha rovesciato loro addosso la propaganda degli avversari.

E’ necessario che venga messa in piedi quella che, per intenderci, chiameremo una comune narrazione giallorossa, che possa essere difesa indifferentemente e più o meno con la stessa convinzione da esponenti dell’una e dell’altra parte. Andrà fatto, tanto più se si volesse andare, come talora sembra si voglia fare, ad estendere il patto di coalizione anche a livello delle elezioni regionali e amministrative. Solo convincendo il paese che ci si è uniti per un comune obiettivo di crescita e sviluppo del paese e non semplicemente per non cedere le redini dell’Italia a Salvini, si potrà pensare di avere realmente realizzato una “svolta” e si potrà giocare la partita di tutte le elezioni che arriveranno a cascata a cominciare dal prossimo mese.

Notiamo che molti pensano che si possa risolvere la questione inventandosi a favore dei giallorossi un nuovo bipolarismo fra pro e anti europei. Questa narrazione ci sembra molto debole, un po’ perché dubitiamo che si tratti di una spaccatura che corre nel paese reale, un po’ perché mentre l’antieuropeismo ha gioco facile nell’indicare in Bruxelles e nei suoi poteri la colpa di tutti i nostri mali, i pro europei non hanno più a disposizione gli argomenti sulla meravigliosa crescita che ci garantisce la UE, un po’ infine perché vari componenti della attuale coalizione sono portatori, diciamo così , di un europeismo un po’ peloso.

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